Design

Intervista a Giuseppe Arezzi

di Gaia Castiglione

 

Da bambino i suoi super eroi erano i designer, è Giuseppe Arezzi, giovanissimo designer ragusano, oggi vive e lavora a Milano, città in cui ha deciso di rimanere dopo la laurea al politecnico. La ricerca è il comune denominatore delle sue opere, motore della nascita di tutti i suoi progetti. Ci ha raccontato un po’ di sé e del suo lavoro in questa intervista/studio visit.

 

 

Nelle tue opere quanto c’è della Sicilia e quali sono le suggestioni da cui i tuoi progetti traggono ispirazione?

Non sono le teste di moro, i luoghi comuni, o gli stereotipi legati alla Sicilia che ritrovo nelle mie opere; della Sicilia, invece, apprezzo la contaminazione e al tempo stesso la semplicità, con cui le cose vengono fatte e con cui cose straordinarie vengono create. Mi basta pensare a Camilleri, alla semplicità della sua scrittura e delle cose raccontate, semplicità che ha qualcosa di straordinario e che lo rende unico e grande, come quello che racconta. La Sicilia è per me questo, semplicità, elemento che poi si ritrova nei miei lavori. Ritengo che la Sicilia contemporanea sia qualcosa di interessante, rimaneggiare e rivisitare le tradizioni in chiave contemporanea, tenendo in considerazione il legame che coesiste con il passato, è una sfida a cui noi designer contemporanei siamo chiamati a rispondere e che è assolutamente stimolante.

 

La continua ricerca antropologica è il punto di partenza di ogni tuo progetto; come riesci a far coesistere questo elemento, con la tradizione nei tuoi lavori?

Quello che dei miei progetti si vede, altro non è che la punta dell’iceberg, ciò che invece maggiormente mi interessa è quello che sta dietro al progetto, partire dal concetto di base delle cose, per compiere poi una grande ricerca, di cui poi i progetti divengono il frutto. Da una grande ricerca nasce ad esempio “BINOMIO”, lavoro nato durante la residenza a Parigi, dal 7 Febbraio al 2 Marzo del 2019, presso l’Istituto italiano di cultura. In questo progetto, il mio interesse primario è stato quello di indagare gli “spazi al limite”, da questa indagine mi sono imbattuto nelle “chambre de bonne”, piccoli ambienti di circa 9/10 m2, utilizzati durante l’800 come appartamenti per le domestiche, che oggi, oltre ad essere una caratteristica distintiva di molti palazzi parigini, sono tornati in auge con l’esplosione del mercato immobiliare, e riadattati ad appartamenti per lo più per studenti. Oltre alla mia curiosità per questi ambienti, il progetto nasce dopo aver visto lo studio fotografico che Felix Macherez fa di questi ambienti, con il quale ho avuto anche modo di confrontarmi. La mia curiosità, da designer, si è catalizzata soprattutto sulla polifunzionalità dei mobili; il divano che diventa letto, il tavolo che funge anche da scrivania. “BINOMIO” è costituito da tre mensole poste ad altezze differenti, un servo muto di grandi dimensioni che assume molteplici funzioni.

 

BINOMIO | 2019 – Animation: Melissa Carnemolla

 

“BEATA SOLITUDO”, del 2016, è stato il tuo progetto di laurea; nel 2017 diventa, grazie a Domitilla Dardi, un’installazione presso il cantiere Galli a Roma. Parlaci di questo progetto, anch’esso frutto di una grande ricerca.

Anche “BEATA SOLITUDO”, così come il resto dei miei progetti, vede la luce grazie ad un profondo lavoro di ricerca. Lo spunto per questo progetto è stato vedere una foto di Tiziano Terzani con un computer in mano; successivamente mi sono imbattuto in una raccolta fotografica confluita nel libro “into the silence”, in cui il fotografo Carlo Bevilacqua fotografa quelli che possono essere considerati “eremiti contemporanei”. Inoltre, nel 2015, Domitilla Dardi per Domus web, aveva scritto un articolo dal titolo “primitivi contemporanei”, in cui erano presenti progetti di un gruppo di designer, che volevano tornare al grado zero per poter riscrivere quello che è il designer contemporaneo. Decido quindi di intervistare Domitilla Dardi, chiedendole la differenza tra “primitivo contemporaneo” ed eremita contemporaneo. Nonostante le due categorie abbiano un punto in comune, ovvero il desiderio di ritorno al grado zero, la prima categoria resta costituita semplicemente da un gruppo di designers, la seconda invece da un gruppo di persone che adottano un preciso stile di vita. Per la realizzazione del progetto ho anche compiuto un grande studio sull’architettura vernacolare, l’architettura, così come l’ha definita Bernard Rudofsky, il suo teorizzatore, senza architetti. “L’eremità contemporaneo” diventa quindi il mio ideale cliente, questo rifugio, in base al luogo in cui viene posizionato ha una copertura che richiama l’architettura vernacolare del luogo. L’anno dopo il mio lavoro di tesi, vengo invitato a partecipare al cantiere Galli di Roma allo spazio “una stanza tutta per sé”, curato da Domitilla Dardi, che nel 2017 ha avuto come tema il personale condiviso. La risposta dei fruitori, è stata positiva, imbattendomi comunque nello scetticismo che è naturale in queste situazioni. La ricerca nell’industria del mobile è messa un po’ in secondo piano, si tende molto a vedere il design semplicemente come un fenomeno puramente economico e non come qualcosa su cui poter portare innovazione.

 

Quale pensi che sia, ad oggi, il rapporto tra design e artigianato?

Si potrebbe erroneamente pensare che l’artigianato sia ormai qualcosa di vecchio, a mio avviso invece è una delle cose più contemporanee che l’Italia oggi ha. È sempre più frequente trovare giovani designer che si auto producono, le grandi aziende, infatti, sempre più spesso sono alla ricerca di grandi nomi, ai giovani rimane quindi la possibilità di esporre al salone satellite. Questo fa si che i giovani collaborino a stretto contatto con gli artigiani per auto prodursi e da questa collaborazione nascono spesso dei pezzi di assoluto valore, pertanto penso che il legame tra i due settori sia qualcosa di inscindibile.

 

Vieni da una famiglia in cui il design è sempre stato un elemento fondamentale, quanto e come questo ha influito sulla tua crescita personale?

Negli anni ’70, a Ragusa, mio nonno inaugura “AB”, negozio in cui erano in vendita tutti i maggiori marchi di design, in un periodo molto florido, in cui si arredava quasi esclusivamente con elementi di design made in italy. Molti dei pezzi, rimasti invenduti, ancora oggi arredano la mia abitazione. Questo mi ha dato la possibilità di conoscere ed utilizzare elementi di design, di conoscere i designer, di sfogliare riviste e cataloghi di design. Negli anni ’80, mio nonno decide di iniziare a vendere invece cose prodotte da lui stesso, e dopo essersi recato in Brianza per studiare e conoscere il design e la produzione da vicino, inaugura “unoA”, oggi “Arezzi cucine”, in cui vengono prodotte cucine sartoriali, con il progetto di spostarsi dalla cucina a tutti gli altri ambienti della casa. Tutte queste suggestioni le ho portate con me; i miei genitori non volevano che io studiassi design, ma io avevo tutto questo radicato dentro. Da bambino sfogliavo tutte le riviste, questa conoscenza anche all’università mi è servita, non solo da un punto di vista della conoscenza, appunto; ma anche di consapevolezza. Frequentare il politecnico è stata una scelta consapevole, il mio studio è stato assolutamente consapevole, come se fossi stato già un professionista che desiderava modellarsi.

 

Come è stata l’esperienza di aver avuto come insegnanti, prima, Branzi e De Lucchi, e oggi, di poter collaborare con loro?

La mia esperienza al politecnico è stata molto particolare; mi sono classificato ultimo ai test di ammissione, sono poi entrato per scorrimento, alla magistrale invece non riuscivo ad accedere perché non riuscivo a superare l’esame di inglese. Il primo corso era quello con loro, mi iscrivo, quindi, ai corsi singoli, ma non vengo preso per il loro laboratorio. Mando allora una mail a Michele De Lucchi che mi prende a cuore e vengo accettato a questo corso. Nei loro laboratori si studia l’antropologia, da questo studio nascono i progetti da cui vengono realizzati modellini in scala. Branzi afferma che il design non deve più concentrarsi sulle sedie o sui divani, piuttosto, invece, devi interrogarsi sui temi astratti dell’umanità, su cui per esempio si sono interrogate la poesia o la letteratura. La nostra ricerca quell’anno si è concentrata sulle cave di carbone e la tematica del corso era incentrata sulla miseria. Da quel laboratorio ho capito quindi che il design si doveva concentrare sui temi antropologici. Ho realizzato la mia tesi oltre che con Francesco Faccin, con cui ho potuto collaborare per circa tre anni, anche con Francesca Balena Arista, una delle docenti del laboratorio, che mi ha proposto inseguito, di diventare assistente al loro laboratorio, questo, oltre ad essere una grande soddisfazione è senza dubbio, da giovane designer, un grandissimo arricchimento.

Fuliggine | Giuseppe Arezzi, Maurizio Diraco, Olivera Radosavljevic, Giovana Radaelli | La Scuola di Piazza Bausan | 2015

 

Tra i tuoi progetti ce n’è uno a cui sei maggiormente legato o che pensi possa meglio rappresentare quella che è la tua concezione del design?

Se dovessi scegliere tra i miei progetti quello a cui sono più legato, sceglierei il mio primo progetto “MANIC#, del 2012, in occasione di un contest per Tito D’Emilio, in cui ci veniva chiesto di progettare un oggetto che ricordasse la Sicilia. Più indagavo il tema, più vedevo l’evoluzione, non c’era più nelle campagne il contadino, ma le grandi macchine agricole. Ho così preso gli attrezzi del contadino, in particolare i manici di zappa, che sono diventati l’elemento strutturale del mio progetto e ho creato “MANIC#”. Rispetto a questo progetto, oggi, sento di essere cresciuto molto. Sono diventato più esperiente, arrivo dall’artigiano, che nella maggioranza dei casi è mio padre, con degli esecutivi sempre più precisi, come nel caso del “binomio”, a differenza invece di questo progetto in cui ero ancora assolutamente inesperto sotto questo punto di vista.

 

MANIC# | 2012

 

Su cosa stai lavorando, o ti piacerebbe lavorare in futuro? In cosa sei impegnato?

Dal punto di vista della produzione sono fermo, sarò più attivo dal punto di vista espositivo, sono stato chiamato ad esporre alla biennale di design di Porto, dal 19 Settembre all’8 Dicembre, dove esporrò il servo muto e le urne funerarie, realizzate in collaborazione con Emanuele Magenta di cui sono assistente a Milano ; e dal 19 al 22 Settembre alla “Lake come design fair”. Sono, inoltre, impegnato in una ricerca sul nomadismo contemporaneo, per arrivare a realizzare oggetti ispirati da questo concetto. Un mio desiderio sarebbe quello di confrontarmi e misurarmi con gli interni, nasco infatti come interior designer, ma ho sempre lavorato e mi sono sempre misurato con l’arredo.

 

Torneresti a lavorare in Sicilia?

Tornerò quando avrò un bagaglio più pieno da portare con me, ho ancora bisogno di viaggiare e conoscere, spostandomi, probabilmente, anche da Milano. La Sicilia sarà, forse, la mia ultima meta, in cui tornerò quando deciderò di diventare un “eremita contemporaneo” quasi come a chiudere un cerchio con quello che è stato uno dei miei primi progetti.