The Wall Project #5 | La finta difesa e la bellezza della sconfitta

di Bianca Basile

 

“Pose”: questo è il titolo dell’ultima serie di dipinti realizzati da Marco Bongiorni, docente di Disegno dal 2008 presso la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) a Milano. L’esposizione inaugurale del primo quadro della serie è avvenuta in occasione del quinto appuntamento di The Wall Project, venerdì 19 febbraio 2019, presso la galleria “Via Angelo della Pergola 1”.

Il titolo della serie è paradigmatico del suo significato: “mettersi in posa” vuol dire, in linguaggio boxistico, porsi in posizione di difesa, con i pugni alzati. Allo stesso tempo l’artista sfrutta l’ambiguità semantica derivante dall’uso comune dell’enunciato, definito dalla Treccani come “l’atteggiamento stesso in cui ci si pone per essere ritratti o fotografati”. In effetti il ritratto presente all’evento, “Green Boxeur / Johnny Tapia”, esprime tutta la contraddizione evocata dai due concetti, che paradossalmente vengono a coincidere: la difesa per lasciarsi guardare. Anche la tecnica risulta ambigua: i colori, così come le pennellate, risultano aggressivi, taglienti in alcune parti, mentre in altre agli spessi strati di colore si sostituisce il bianco della tela grezza, senza preparazione, rendendo evidente l’affermazione del pittore per cui “ogni dipinto è anche un disegno”. Colore e segno sono protagonisti in un contemporaneo espressionismo monumentale. La tecnica è un punto di contatto tra boxeur e artista: il pugile era tanto caotico nella vita quanto tattico sul ring, luogo che per antonomasia unisce violenza dei colpi e leggerezza dei movimenti. Inoltre ogni incontro, come ogni opera, per quanto precedentemente studiata, comporterà sempre un’improvvisazione, un esercizio dell’intuito e delle competenze.

Bongiorni ama le contraddizioni, chiave di lettura dell’epoca contemporanea. La serie di opere elogia i pugili meno rinomati, ma che tanto hanno vinto sul ring quanto sono stati sconfitti al di fuori di esso.

Johnny Tapia ha avuto una vita tormentata, segnata già da giovanissimo dall’assassinio della madre, cui seguirono le sue turbe emotive e le conseguenti dipendenze da alcool e droga, che lo portarono alla morte per attacco cardiaco a soli quarantacinque anni. Tanto squilibrio al di fuori del ring parrebbe contraddetto dalla storia della sua brillante carriera; vinse moltissimo, compiendo imprese straordinarie: partecipa cinque volte ai campionati mondiali con un record di trentacinque vittorie consecutive.

La figura che però l’artista vuole omaggiare non è l’eroe, bensì l’uomo: il video proiettato dall’altra parte della galleria è un frammento del match che congelò il record delle sue vittorie consecutive. “La prima cosa che ho disegnato sono gli occhi – confessa – se si guardano i video, le interviste ci si accorge come, malgrado il sorriso, dallo sguardo emergesse una tristezza e una solitudine che a un ritrattista non solo non può sfuggire, ma che può ben comprendere”.

Un ritrattista non può che riconoscere un punto d’identificazione col soggetto ritratto: quello che con lucida autoanalisi l’artista ha spiegato consiste nella frustrazione data dall’impossibilità della vittoria perpetua, sul ring come sulla tela: così come mai il campione potrà definirsi in modo assoluto vincitore, allo stesso modo il pittore non potrà averla mai vinta sul soggetto ritratto: per quanto possa sforzarsi non potrà mai coglierlo del tutto e restituirlo integralmente al mondo tramite un dipinto. Qual è allora la vera forza e il vero fascino che accomuna entrambi? Non smettere mai di provarci.