Studio Visit #2

Balloon Project incontra VIR – Viafarini In Residence

di Anna Papale

 

Presso la seconda sede di Viafarini a Milano, l’Archivio della Fabbrica del Vapore, Balloon Project continua la sua collaborazione con il secondo studio visit condotto da giovani curatori-contributors. La seconda visitor è Anna Papale che ha selezionato tre artisti dei quali ha analizzato la ricerca artistica attuale. Ogni descrizione è corredata da un’immagine iconica del lavoro di ognuno.

 

DANIELA ARDIRI

Nella ricerca dell’artista è presente l’assenza. Utilizziamo tale ossimoro per identificare il lavoro artistico svolto poiché l’occasione da cui scaturisce il processo creativo è la necessità di colmare un vuoto, un dubbio, derivati costantemente dall’esperienza personale dell’artista sebbene ugualmente validi ed efficaci se ampliati al trascorso generico di ogni individuo. Altro binomio da lei formalmente interpretato è quello del ricordo trasmesso dalla fotografia – suo punto di partenza – reso però attraverso media tutt’altro che fotografici come tessuti e tracce di disegni. L’insieme dei due elementi ripercorre il processo mnemonico che si attiva alla vista di un oggetto, un’epifania che si realizza in modo lacunoso, in cui i dettagli lasciano spazio alla sintesi indistinta delle emozioni.

 

“1980”, 2018, grafite su carta, tessuto, 70×34 cm

FRANCESCO NAVA

Irriverente, ironico, a tratti pungente, il lavoro di Francesco Nava risente delle influenze più varie, dai social fino alla cultura orientale più tradizionale. Il miscuglio di elementi di matrice così diversa rispecchia l’accumulo di immagini ai quali siamo costantemente sottoposti e dinnanzi al quale Francesco elabora le sue riflessioni. Un’assenza di privacy che Barthes ormai da tempo ha tramutato in publicy. Si mostra innovativo nell’utilizzare il termine specific, traslandolo in un neologismo come prize specific o ancor meglio person specific. L’intento dell’artista è quello di creare delle opere appositamente non solo per uno spazio, ma per una persona che elegge ‘pedinandola digitalmente (come i nostri motori di ricerca ormai fanno da tempo, prevedendo le nostre mosse)’. Il risultato è sempre differente sebbene ricorra spesso un formato, quello del nostro smartphone. Infine altra parola chiave della sua ricerca è l’ossessione; quella che proviamo per la nostra reputazione social e la ritualità dei gesti quotidiani, lo scrolling sul nostro cellulare o il suo scavare una scatola di creta a mani nude dall’eloquente e un po’ inquietante titolo “I remember all your Instagram stories”.

 

“Unforgettable”, “Box for a broken arm”, “Flowers”, “Komorebi”, “I remember al your Instagram stories”, 2019, materiali vari, (serie per open studio Viafarini 3 luglio 2019)

 

MATTEO VETTORELLO

L’artista sente la necessità di recuperare l’aspetto spirituale ormai depredato all’individuo dall’inarrestabile evoluzione tecnologica. Paradossalmente giunge all’obiettivo che si pone sperimentando dei sistemi biometrici (meccanici) in grado di cogliere e misurare le sfaccettature più umane che emergono grazie al contesto e la situazione che l’artista crea. Un cortocircuito, qui si può ben dire, che riesce nell’intento di formalizzare attraverso dei risultati tangibili (una provetta che si riempie di liquido, la creazione di un vortice o di un suono) di qualcosa che altrimenti non lo sarebbe, impalpabile. Il risultato del test dunque è scaturito da un processo tecnico ma l’elaborazione della sintesi finale è prettamente concettuale, la riflessione avviene ad interruttori spenti. A questo gioco contorto si affianca la fluidità dei ruoli di operatore/ fruitore / performer che colui che osserva e interagisce con l’opera riveste scambievolmente. Infine l’artista riformula l’accezione più autentica dell’arte, ovvero quella di mettere a confronto gli individui, spogliandoli delle inutili e superficiali convenzioni sociali.

 

“Misuratore di tranquillità”, 2018, scultura interattiva, 150x150x130 cm