Screen Tearing

Il glitch come incantesimo rivelatore

di Bianca Basile

Fino a giovedì 7 marzo, il project space milanese di Dimora Artica ospiterà la mostra inaugurale della sua nuova sede, in via Dolomiti 11 (Turro). Il fondatore del progetto, Andrea Lacarpia e il co-curatore, nonché artista, Francesco Pacelli delimitano il campo d’indagine del progetto entro i liquidi limiti dell’estetica contemporanea, determinata come interminabile e intermittente dal flusso continuo di immagini che l’attraversa. Queste due quasi ossimoriche caratteristiche definiscono la generazione della mostra e dei sette artisti in esposizione (tutti under trenta). Le qualità peculiari dell’era “digitale” in cui questi autori sono cresciuti e in cui tutti noi viviamo sono, da un lato, la frenesia visiva fornitaci dai nuovi media e il conseguente senso di necessaria immediatezza, dall’altro il perenne mutamento che tale frenesia sta trasmettendo a tutti gli aspetti della vita odierna. Il vivere contemporaneo è un sistema in perenne movimento, veloce, automatico: quando si ferma, quando il flusso varia sensibilmente, vuol dire che c’è un errore, in termini informatici, un glitch; oppure in altri casi l’interferenza è voluta ed è paragonabile allo screen tearing, “meccanismo digitale per cui si genera un’immagine alterata a partire da due o più frame simili” e l’esempio più evocativo in questo caso consiste nell’ingegneria genetica, in cui naturale e artificiale si fondono, così come il vero e il falso sull’identità dei “profili” social.

Questa magmatica e ramificata riflessione è trasmessa dai pensieri ai materiali, nell’attuale esposizione di Dimora Artica e incontra il generale progetto curatoriale dell’associazione culturale: la narrazione estetica di diversi modi di percepire realtà e, quindi, surrealtà.

L’ambiguità è innanzitutto materica: il mollusco/alieno di Francesco Pacelli non è fatto di conchiglia bensì di ceramica pigmentata. “Krubero” è la grotta più profonda e buia della Georgia dove l’autore ha ipotizzato potesse nascere una forma di vita cieca e acromatica, ma lui stesso afferma che apprezza le più varie ipotesi descrittive di chi non sa quale sia la fonte di ispirazione. Mondo organico e inorganico si fondono glitchando negli schemi d’interpretazione quotidiani.

Lo stesso meccanismo mentale è instillato dalle opere di Agostino Bergamaschi, il cui stick in vari tipi di resina replica la texture della pelle umana, continuando l’illusione materica nel video connesso all’opera, tramite la tecnica del “render farm” per far percepire, tramite l’occhio, la qualità tattile di materie diversissime: dalla morbida pelliccia viola di un animale fantastico che attraversa un pietroso paesaggio post-apocalittico alla freddezza marmorea della colonna sulla quale culmina il filmato e a cui si collega il pilastrino a supporto del monitor.

Il medium di Marco Schiavone è fotografico con una poetica definibile come “del vuoto”. L’ambiente ripreso è un magazzino semivuoto (già una prima antitesi) in cui ogni oggetto, angolo, supporto si trova perfettamente messo a fuoco. Ciò però è evidente soprattutto guardando il secondo elemento dell’opera, ovvero un quadro di uguale dimensioni che racchiude la stessa identica fotografia però rimpicciolita e posta ad angolo, nonché coperta da una pellicola semi-trasparente. Ciò porta l’osservatore a riportare lo sguardo sul primo elemento di “Forse davvero” e a porsi rispetto ad essa in modo differente, più attento o magari solamente più curioso.

Il dittico astratto di Alan Stefanato invece strizza l’occhio alla fotografia al microscopio, facendo pensare a una sorta di “Postimpressionismo biologico”. La tecnica pittorica “sfocata” ricorda proprio l’attimo precedente la messa a fuoco dello strumento da laboratorio, mentre le forme ameboidi “in negativo” fanno riemergere il ricordo semisepolto dei manuali scolastici di biologia.

Altra crasi tra fotografia e pittura iperrealista è la still life di Natália Trejbalová. La stampa che sembra un dipinto astratto molto definito è in realtà una nitidissima e ravvicinata fotografia di gel con pigmenti su tovaglia. L’effetto opaco, pittorico è ottenuto grazie al supporto della stampa: la carta-cotone.

Matteo Gatti è quello che più direttamente forse si avvicina a una surrealtà di tipo fiabesco, pur senza rinunciare al riferimento “minerale”: la scultura realizzata in resina e sale ricorda, nella forma e nell’effetto materico, le stalattiti; i pigmenti invece riprendono lo spettro cromatico che si ottiene guardando la luce diretta attraverso un cristallo. L’effetto fluo è infine acuito dal glucosio in forma liquida giacente nell’insenatura della scultura, le cui “zampe” ricordano qualcosa di animale in un glitch evoluzionistico che promette l’abbattimento dei confini biologici della realtà biologica.

Sulla scia del post-apocalittico lavora Davide Dicorato che crea calchi con e su oggetti trovati e assemblati. Il risultato va oltre la riqualificazione degli oggetti, sfociando quasi nella dimensione del sacro. Anche qui organico (pala di fico d’india, licheni, chele di granchio) e inorganico (sacchetti di plastica, blocchi di cemento) alludono a una (sur)realtà che più che al passato forse allude a un futuro neanche troppo remoto.