A Palazzo Biscari di Catania

le opere della Collezione Sandretto Re Rebaudengo

di Viviana Triscari

 

Per il secondo anno consecutivo le stanze di Palazzo Biscari si aprono all’arte contemporanea grazie alla collaborazione tra la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dalla quale provengono tutte le opere in mostra, e UNFOLD, col  sostegno della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, di Poema S.p.A, di Fondazione Sicilia dell’azienda Dusty, della Big Broker Insurance Group, dell’azienda di vini e spumanti Murgo e della Fondazione OELLE e della Fondazione Radice Pura.

Il progetto curatoriale è di Ludovico Pratesi e del giovanissimo Pietro Scammacca.

Si tratta di una doppia esposizione: Weltenlinie dell’artista tedesca Alicja Kwade, una installazione ambientale all’interno del Salone delle Feste del Palazzo, visitabile sino al 24 agosto, e la collettiva La stanza analoga, ospitata all’interno degli appartamenti dell’Ala di Levante, che si protrarrà sino al 7 settembre.

Fondamentale in entrambi i casi è l’amplificazione semantica che queste opere ricevono dagli ambienti del Palazzo che le accolgono e per i quali sono state appositamente selezionate, creando con questi un gioco di rispecchiamenti ulteriori, di rimandi e di echi nuovi, che un contenitore neutrale non avrebbe saputo suscitare.

 

 

L’opera della Kwade, prodotta dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per la Biennale di Venezia del 2017, non  va guardata, non richiede semplici osservatori ma fruitori che la attraversino abbandonandosi allo straniamento che questo dispositivo ottico ed esperienziale vuole, e riesce, a generare. Il gioco di riflessione tramite gli specchi dà vita ad un percorso ambiguo nel quale non riusciamo più a riconoscere gli oggetti reali, pietre e tronchi, da quelli invece riprodotti dall’artista in altro materiale, e gli uni sembrano trasmutarsi negli altri. Lo spaesamento poi è acuito dall’ulteriore rispecchiamento delle pareti barocche del Salone e dal moltiplicarsi e dal frangersi della nostra stessa immagine. La sensazione, immersiva, totalizzante, è quella di trovarsi in un cosmo borgesiano: «Ogni cosa […] era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell’universo»  scriveva l’ argentino nel più celebre dei suoi racconti, l’Aleph.

Deleuze nel suo saggio La piega. Leibniz e il Barocco (e il filosofo tedesco non a caso è tra i riferimenti teorici del giovane curatore, Pietro Scammacca), adopera la metafora della piega per esplicitare il nesso esistente tra la filosofia e le arti a quell’epoca: «Il Barocco avvolge e riavvolge le pieghe, le spinge all’infinito, piega su piega, piega secondo piega» in un processo potenzialmente senza fine. Tipicamente barocco, infatti, prima che contemporaneo, è questo moltiplicarsi dei punti vista, questo sfaccettarsi infinito della realtà, atteggiamento proprio di un’età le cui certezze sono state messe in crisi, innanzitutto per via delle nuove scoperte scientifiche. Certo, l’uomo barocco poteva ancora ricondurre la molteplicità a unità, poteva ancora credere in una realtà, in una verità, che fossero stabili al di sotto del costante metamorfismo delle credenze soggettive, mentre noi, figli del post-modernismo ci domandiamo, anche tramite opere come questa, se sia ancora possibile.

L’estetica barocca poi è anche il trionfo della finzione, dell’illusionismo, della forma fluida. Sottili ma evidenti sono allora le risonanze di cui un’opera assolutamente contemporanea (in rapporto peraltro con le più moderne teorie della fisica quantistica) si carica se posta in relazione con un particolare contesto, altamente connotato in senso storico ed artistico.

La collettiva La stanza analoga, che trova spazio all’interno di una cornice più neutrale quale quella degli appartamenti dell’Ala di Levante, intrattiene anch’essa legami semantici con un particolare ambiente del Palazzo. Questa volta però è un rapporto in absentia, poiché si tratta di un luogo non visibile al pubblico: è la cosiddetta stanza del Don Chisciotte, che prende il nome dal soggetto dei dipinti che la decorano. Secondo il curatore Pietro Scammacca la relazione tra le opere e questo spazio consiste nelle comuni strategie messe in atto dagli artisti che sono pure  “riscontrabili nella struttura dei dispositivi narrativi utilizzati da Cervantes”.

In mostra sono nomi europei e americani, più o meno noti, attivi dagli anni Ottanta sino ad oggi e ogni opera declina differentemente il tema della percezione soggettiva del reale e della dicotomia realtà/finzione.

Hotel Color di Dominique Gonzalez-Foester ricrea la camera da letto di Patrizia Sandretto, una camera mai esistita nella realtà ma tutt’altro che irreale se considerata nella dimensione dell’emotività: gli oggetti scelti, carichi di ricordi e significati, provengono dal presente come dal passato e contengono in embrione il futuro,  determinando una concrezione temporale (sorta di entelechia aristotelica) che prende forma in questo spazio fittizio.

Di Sherrie Levine, figura centrale dell’Appropriation Art, sono esposte alcune fotografie della serie After Walker Evans, una riflessione sul rapporto tra copia e originale. Ci sono poi, per citarne solo alcuni, gli specchi frammentati di Flavio Favelli; l’autoritratto di Cuoghi venuto fuori dall’interazione imprevista tra diverse sostanze chimiche e l’iperrealismo di Katharina Fritsch.