Intervista a Samantha Torrisi

Dell’infinito il nulla, la mostra

di Roberta Randisi

 

Si è conclusa recentemente “Dell’infinito il nulla”, la mostra di Samantha Torrisi curata da Francesco Piazza e ospitata da Giuseppe Veniero project, uno spazio dedicato all’arte contemporanea nel centro di Palermo. L’artista ha presentato al pubblico dieci dipinti a olio, di cui un dittico, prediligendo per questa raccolta di opere che va dal 2016 al 2019, i toni dell’ocra e del blu. Citando le parole del curatore, l’artista  << permea l’abisso delle sue visioni di nebbia potente generatrice di pensieri e di vita. Costringe l’infinito ad essere materico e concreto. Non più un “niente” ma il nulla “il nulla”, spesso doloroso ma necessario>>. Abbiamo incontrato Samantha Torrisi per un focus sulla mostra e sulla sua ricerca, Roberta Randisi ci racconta com’è andata intervistando l’artista.

 

Per la mostra “Dell’infinito il nulla”, sono state scelte principalmente opere che evocano un freddo inverno, stagione più intima e silenziosa, quanto questo si avvicina al tuo modo di essere?

“Che cos’è l’uomo nella Natura? Qualcosa che sta in mezzo, tra il nulla e il tutto”. Dal cercare di comprendere questi due estremi scaturisce la riflessione che ha originato il progetto della mostra (articolato in più fasi tuttora in via di sviluppo). La scelta di rappresentare scenari che appartengono più alle stagioni fredde, probabilmente ha a che fare con quella dimensione più intima, silenziosa e riflessiva che prediligo come indole.

 

Sono luoghi che conosci bene e a cui senti di appartenere?

Il paesaggio etneo, mutevole per natura e in continuo divenire, è sicuramente quello a cui sento di appartenere maggiormente ed è spesso una grande fonte di ispirazione, ma non solo quello. L’esperienza di altri luoghi -boschi così come spazi urbani- vissuti, osservati ed esplorati sia dal punto ambientale, sia architettonico e sociale, danno una lettura trasversale di ciò che ci circonda, attraverso una visione interiore.

 

Spesso, nel visitare un luogo in cui non siamo mai stati, nel percorrere sentieri di montagna o nell’aggirarsi per le vie di una città sconosciuta, una certa curiosità ci spinge a non fermarci, a continuare a camminare o voltare ancora una volta l’angolo; tu sei un’esploratrice?

In un certo senso sono lo sono, proprio per questa curiosità che mi spinge a cercare e a nutrirmi di suggestioni sempre nuove. Può essere un luogo, un’ora del giorno, una stagione, una musica…

 

I tuoi dipinti hanno spesso un taglio cinematografico, la tua ricerca ha dei riferimenti o delle affettività particolari?

Il cinema è alla base del mio lavoro. Inizialmente, la visione di autori come Wenders o Lynch, ad esempio, ha influenzato in maniera fondamentale tutto il mio percorso e il mio modo di vedere le cose. È un’indagine iniziata oltre vent’anni fa, che parte appunto dal cinema fino ai nuovi media digitali e i nuovi linguaggi espressivi. Ogni mio dipinto non è che un frame -di un video come della memoria-, catturato tra decine di impercettibili immagini in movimento.

 

Alcuni dei tuoi lavori precedenti hanno come soggetto il mare ma è un mare deserto, di fine stagione, di quelli che si vanno a trovare per riflettere, qual è il tuo modo di vivere la nostra isola e cosa ami di più?

La Sicilia ha un paesaggio molto vario per conformazione, luce e condizioni atmosferiche, pieno di contraddizioni di ogni tipo che vivo in maniera stimolante, nonostante le difficoltà che comporta scegliere di restare in un’isola come questa. È un territorio che offre molti spunti ma che cerco di rappresentare al di là di luoghi comuni e riferimenti geografici ben precisi, cogliendo tutti quegli elementi che appartengono più agli stati d’animo che alla geografia.

 

Osservando la mostra, il pubblico può aprirsi ai pensieri più intimi e quei sentieri diventano una guida verso un orizzonte non percepibile, una ricerca insoluta. Personalmente ho vissuto attimi di malinconia, quale credi sia il sentimento più diffuso in chi osserva i tuoi quadri?

La malinconia è un sentimento costante che mi appartiene (da non confondere con la tristezza). Ma nei dipinti di questa mostra, in particolare, la sensazione che cerco di trasmettere è quella di una sovversione della percezione spazio-tempo, della realtà. Lo stato delle cose diventa quasi indecifrabile. Il senso di spaesamento che si ha, immersi nella nebbia o nella neve, induce e impone un cambio di ‘prospettiva’, metafora anche del vivere nella società odierna.

 

È già la seconda volta che Giuseppe Veniero Project ospita una tua mostra, ambedue le volte curata da Francesco Piazza, lavorerai ancora con lui? Progetti futuri? Mi accennavi a un ciclo di dipinti su Gibellina, un luogo difficile e prezioso.

Il primo incontro con Giuseppe Veniero risale a diversi anni fa e già lasciava presagire l’interesse e il piacere di future collaborazioni. Grazie anche a Francesco Piazza tutto ciò si è felicemente concretizzato. Lavorare con loro (insieme e singolarmente) è sempre una bellissima occasione di crescita umana e professionale che spero si ripeterà ancora.