La seconda Open Call di Balloon project è dedicata alla fotografia. Nella fattispecie l’interesse è orientato alla fotografia come mezzo privilegiato nella documentazione e divulgazione dell’operato artistico, analizzando le relazioni e i confini tra mera rappresentazione e divulgazione intrinseca ed estrinseca all’opera. La fotografia come occhio sull’arte e la fotografia come arte che però comunica la stessa.

I quattro interventi selezionati, molto diversi tra loro, analizzano i molteplici aspetti del fotografare nell’epoca del digitale e della condivisione di massa in tempo reale mettendo in luce aspetti sociali, relazionali e storico-artistici.

Valentina Lucia Barbagallo e Giuseppe Mendolia Calella

MOLTIPLICAZIONE DEI PANI E DEI PESCI – Fotografia dell’arte contemporanea

di Sara Renzetti*

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Ron Mueck “Banana with Child” archivio fondazione Cartier 2013

 

“Chiunque avrà avuto modo di osservare quanto più facile sia cogliere un quadro, e più ancora una scultura o addirittura un’architettura, mediante la fotografia che non nella realtà”1.

L’imminente necessità di fotografare l’opera d’arte acquista sempre più una natura esistenzialista, l’opera esiste se esiste la sua immagine fotografica. E allora bando alla necessità di trovarsi difronte a quell’opera tanto così iconizzata nella stampa; essa ha già avuto una sua esperienza sia come opera che come fermo storico.

L’opera d’arte è la sua documentazione, l’attestato per cui è data la sua esistenza…

L’opera fisica non è altro che l’appendice, in corrispondenza della pancia, della sua immagine, l’inutile controprova dell’attendibilità dei fatti, sospesi alle radici dell’ evidenza, ma che per essere considerati tali, devono necessariamente essere stati compiuti.

Ci può essere la foto dell’opera ma può non esserci la fisicità della stessa, duchampiana visione del mondo, esposizione internazionale del fermo immagine, qui inteso come sospensione perfetta, maniacale presenza divina   al pubblico devoto domina.

Chi ha il desiderio turistico di trapassare ore dinanzi all’ opera fisica è di solo quantisitica mole: le dita, una ad una, tra le labbra, una ad una, a contare quante di sculture forme o di appesi quadri si sono visti ai posti di una vita in corso.

Una volta offesa l’esistenza può essere consolatorio solo il fatto di aver numeri superiori alle cinque e poi dieci dita della mano.

L’esistenza fotografica, nell’ opera d’arte, è l’immagine che si vuole ritrovare una volta fisicamente mantenuti in verticale difronte ad essa; vari pellegrinaggi, sotto e sopra, avanti e indietro, seduti o in piedi, non sono altro che il tentativo di riacquisire, nel nostro campo visivo, quel che l’immagine stampata ha creato, volutamente, nel nostro immaginario. Immaginario naturalmente distrutto da un’indicazione quasi geografica dell’opera: le luci a determinare i colori e le forme, la verticalità dello scatto il peso e la misura, l’obiettivo, aperto alle esigenze dell’artista, il senso del suo essere al mondo.

Ore, mesi e a volte anni a costruire un’ opera d’arte che, una volta rubata al termine fisico della materia, può tranquillamente darsi per dispersa senza che nessuno in fondo e in verità senta l’esigenza di ritrovarla.

Possedere e aver comprato un’opera d’arte significa aver regalato al suo riflesso un lapidario nominativo.

Fotografare l’aura dell’ arte non significa restituirle l’indicibile e l’immateriale bensì tradurre l’assenza in presenza necessaria e più tangibile dell’opera stessa.

Va pensiero…

Paola Pivi “Scendi a Valle” archivio Fondazione Truissardi 2015

Paola Pivi “Scendi a Valle” archivio Fondazione Truissardi 2015

Il 15 maggio del 2015, in occasione dell’esposizione universale milanese, la fondazione Nicola Trussardi inaugura una mostra dal titolo “Scendi a Valle” un modo, illustrato, per riportarci alla terra e alla sua condivisione. Un’ inconsapevole perfomance equina che traduce, all’aria aperta, il nomadismo e la poetica della fondazione: “portare l’arte contemporanea direttamente nella città, avventurandosi in un territorio inesplorato e sconosciuto, tutto da scoprire”2.

Milano Rho, Ore 17:30, al numero civico 69 appare un’ immagine felliniana di una Milano rurale. Un cavallo in pianura, dal baio mantello in cerca di riflessioni, inquadra alle sue spalle le verticali montagne discese a valle a brucare il monte e le sue stelle.

A mezz’aria, le grigie cementa incorniciate, costringono la risalita con pausa, mentre il campo, tutto, converge l’area al sopraluogo e la fermezza dell’immobile all’altura.

Siamo di fronte all’ immagine dell’improbabile; impossibile credere si tratti di un’immagine reale, piuttosto la ricostruzione cinematografica di un desiderio!

L’opera “Scendi a valle” è firmata dall’artista Paola Pivi che, per mettere in moto un soffio di paesanità, ha dovuto rintracciare e acconciare un angolo di paradiso tra le periferie milanesi.

La performance del cavallo è durata circa due ora, portandosi via due cofani di seicento, tre ore di blocco stradale, l’occupazione di cinque vigili del fuoco e tante penne in cerca di notizie. L’unica cosa rimasta intatta e di piccola taglia è l’immagine fatta scattare dall’ artista un paio di minuti prima che il cavallo iniziasse la performance.

Tutto sembra vero a parte il certo!

L’opera “Scendi a valle” non è mai esistita, l’artista Paola Pivi non c’entra nulla, la fotografia e il suo racconto è semplicemente un pretesto per esprimere l’immagine in movimento –immaginazione- a cui siamo tenuti a credere trattandosi di arte contemporanea. Essa ci ha abituato alle sue fiabe fotografiche, ci ha annidato nelle sue infinite possibilità e, nonostante il selvaggio paesaggio sia d’improbabile cittadinanza, inserito in un contesto in cui si parla d’arte, l’immagine può riuscire a restituire l’impossibile e addirittura il tarocco. Attenzione all’ equivoco: qui si parli del circoscritto, del confezionato e non delle foto da viaggio di un qualsiasi scalatore di vacanze intiepidito da forma e contenuto.

Vero non è nemmeno il certo “Banana with Child”, l’apparente scultura iperralista, che scultura non è, del bambino con banana attribuita erroneamente all’artista Ron Mueck. Sono semplicemente immagini, oppure sono semplicemente documenti atti a dimostrare che l’opera d’arte ha fatto la sua storia attraverso le immagini e che ora queste immagini parlano anche senza che l’opera sia mai esista, essa non è necessaria.

L’unico elemento che sembra imprescindibile è servire la notizia, l’immagine quadrata del comunicato, tappeto delle parole, e là, dove difetta consistenza e contesto, arriva lo sguardo attento del linguaggio a descrivere l’ego altro della storia.

Bill Durgin serie Assembed e Fractured 2014

Bill Durgin serie Assembed e Fractured 2014

Bill Durgin serie “Figure Studies” 2008

Bill Durgin serie “Figure Studies” 2008

Simulacro della documentazione contemporanea è invece l’operazione, questa volta tutta vera, che compie l’artista statunitense Bill Durgin che, nella fotografia, remora l’esibizione museale dell’opera d’arte. Sculture iperrealiste, accessori e allestimenti da museo a testimonianza dell’esibizione scultorea, non sono altro che pura illusione fotografica ottenuta attraverso pose instancabili di danzatrici e acrobati, di luci e ambientazioni studiate nel minimo dettaglio, atti a convalidare e autenticare corpi senza fiato.

Non c’è spazio da visitare e non c’è materiale da analizzare, il luogo fisico è stato sostituito dalla ricostruzione scenografica della fotografia, perfettamente fedele alla linea contemporanea e per questo credibile ed effettiva.

Michael Elmgreen e Ingar Dragset “Short cut” 2003

Michael Elmgreen e Ingar Dragset “Short cut” 2003

7 Maggio 2003, Ottagono, galleria Vittorio Emanuele, Milano.

Terremoto, una fiat uno bianca targata Napoli, con al seguito una roulotte, strappa al pavimento in mosaico un’incursione verso il basso.

L’opera, figlia duo artistico Michael Elmgreen e Ingar Dragset, prende il nome di “Short cut” come: “metafora del turismo globale ma anche simbolo della precarietà del mondo di oggi… racconta un universo in movimento che si sposta lungo rotte imprevedibili e destinazioni fantastiche”3.

Chi ha assistito all’installazione sa di non esser riuscito a vedere quel che i giornali di tutto il mondo hanno documentato. “Short cut” non ti è presente, essa è la sua immagine e rimanda alla sua immagine, è inutile recarsi dinanzi e pretendere di trovarla, essa vive nel suo scatto fotografico, è a lui che chiede statuto e asilo. Non soffre nemmeno l’esclusività, sopravvive alla moltitudine di visioni, a patto che siano filtrate e passate al setaccio dal dall’intermezzo divisore del tu per tu e soprattutto purificate dalla visione unilaterale di schermi o carta.

L’assenza produce mancamenti orgasmici in cui il corpo putrefatto innalza lo spirito all’essenza del memoriale, è come apparire a chi ti desidera, desiderandoti.

L’opera è volata in cielo lasciando l’icona della sua ragione.

Raggiunto il devoto sostituto dell’essere, dell’esserci stato, l’opera d’arte arriva, come conseguenza storica, a tracciare le linee dell’invisibile quanto riflessivo rimandare e tramandare alla memoria l’esperienza artistica.

Il percorso è breve e il dado è tratto: “domani è un altro giorno” dicono coloro che al medesimo giorno non ci stanno, rimandando al prossimo futuro la svolta conclusiva della propria presenza.

Kassel, Documenta 13, l’artista londinese Tino Sehgal rifiuta l’inserimento della sua opera nel catalogo della manifestazione chiedendo alla direttrice, Carolyn Christov-Bakargiev, “di rispettare il suo desiderio di essere invisibile”4, confermando così la natura esistenzialista dell’immagine fotografica.

Sehgal, con quelle che lui definisce “esperienze”, passeggiate performative, vocianti qui e danzanti là, cerca di distruggere il perpetuo ponendo l’accento sul qui e ora. Nessuna documentazione, nessun pubblico documentato, semplicemente desidera che il pubblico abbia un esperienza privata che, come ogni esperienza vissuta dall’essere umano, privo padronanza artistica5, produce un discorso soggettivo, intimo ed intimista, custodito gelosamente all’interno della propria memoria.

E’ lo spettatore a crearsi una sua riproduzione rappresentativa6, è a lui che l’artista affida la sua pubblicazione, la cornice a cui aggrapparsi quando età e desiderio rovistano, tra la materia grigia, in cerca di lumi.

Non dovrebbero trovarsi testimonianze delle “situazioni” create da Sehgal, nessuna immagine7 e nessun comunicato ufficiale, tutto deve pervadere di ricordi al conseguente oblio, di pensieri senza fissa dimora, di passaggi semmai orali e quindi labili e friabili, dove memore cade vittima dei sogni.

Opera e omissione.

“On n’échappe pas de la machine”8, non si sfugge alla macchina ci ricordano Deleuze e Guattari pensando a Kafka; non si sfugge alle concatenazioni della rappresentazione per immagini, reali o immaginarie che siano, sono sempre loro a costruire il banco dei pegni su cui si formano i pensieri, la prigione in cui abitano i concetti e le radici in cui ristagnano i ricordi.

Come nella forma così nelle parole è l’immagine, abbandonata al servizievole pensiero, che nasce prima foglia e poi albero senza che il terreno possa avere terra e senza che la terra possa avere pianeta.

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Note

1 Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” Einaudi editore 2000

2 http://www.fondazionenicolatrussardi.it/la_fondazione/istituzione_no_profit.html

3 http://www.fondazionenicolatrussardi.it/mostre/short_cut.html?pager_page=4

4 http://www.zeusi.it/wp-content/uploads/2016/04/Zeusi-Anno-1-n.-2.pdf pag. 102

5 L’artista deve necessariamente riversare all’esterno la sua esperienza, deve guardare in faccia le sue visioni escludendosi dal gioco del privato-pubblico.

Custodire nel ricordo senza fare di quel ricordo nient’altro che ricordo, non sentire la necessità di esprimere -premer fuori-, significa non formulare nessuna caccia al tesoro, significa vivere al pari della vita.

6 Una riproduzione dettata anche qui dalle linee guida dall’artista: è dalla visione di Sehgal che parte l’immaginazione del pubblico che nonostante sia affrancato dal produrre libere associazioni, è gestito e coordinato da un potere a monte, la rappresentazione iconografica dell’opera d’arte.

7 In verità cercando su google si trovano diverse immagini delle sue performance.

8 Gilles Deleuze, Felix Guattari “Kafka. Per una letteratura minore” Feltrinelli 2010

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Biografia dell’Autore

*Sara Renzetti. Ha studiato Pittura presso l’Accademia Di Belle Arti di Firenze. Fa parte dal 2009 (assieme ad Antonello Serra) del duo “Santissimi”. Il suo lavoro si concentra sulla scultura e l’installazione.

www.santissimi.com


B-RESEARCH – di Balloon Contemporary Art, Research, communication, Curating Art &Publishing Project

 www.balloonproject.it

ballooncontemporaryart@gmail.com

Catania

Un progetto di ricerca a cura di

Valentina Lucia Barbagallo

Giuseppe Mendolia Calella

Gruppo di selezione

Valentina Lucia Barbagallo

Giuseppe Mendolia Calella

Cristina Costanzo

Maria Giovanna Virga

Giovanni Scucces