Performing the Self – The Interview

Colloquio con Elena Mazzi ed Enrica Camporesi

a cura di Valentina Lucia Barbagallo 

Performing the Self – The Interview”
Colloquio con Elena Mazzi ed Enrica Camporesi a cura di Valentina Lucia Barbagallo
D-Quando nel 2016 ho proposto la tua residenza d’artista presso lo spazio MUSUMECI Contemporary a Bruxelles, non avevamo ancora in mente un progetto ben preciso, mentre erano chiari a tutte e tre alcuni punti di partenza: la forza delle idee nel nostro lavoro pregresso, la costanza nell’esplorazione dei linguaggi visivi più rigorosi, e il bagaglio acquisito delle rispettive attività, artistiche, di galleria e curatoriali.
Ero inoltre certa che un’artista come te, la cui ricerca è incentrata sul rapporto uomo-ambiente e individuo-collettività, avrebbe trovato Bruxelles molto interessante, sotto questo punto di vista. Scambio e convivenza sono le parole d’ordine di questa città, divenuta simbolo dell’Unione Europea. Una volta sul posto, “Performing the Self – the interview” ha iniziato a presentarsi come epifania, per poi divenire ipotesi di ricerca, tavolo di lavoro condiviso da te ed Enrica Camporesi e, infine, progetto presentato presso varie istituzioni.
Mi racconti, quindi, com’è nato questo progetto, e come si è evoluto fino ad oggi?
R-“Performing the Self – the interview” è un’indagine sulla peculiarità giuridica delle procedure di richiesta di asilo politico nell’Europa contemporanea.
La performance – scritta e diretta insieme a Enrica – è il punto di arrivo di un lungo rapporto, che occorre brevemente ricostruire, prima di entrare nel merito. Enrica e io ci siamo conosciute nel 2008 a Venezia, dove io studiavo Arti Visive allo IUAV e lei antropologia culturale, lingua e letteratura araba. Poi, nel 2010, l’ho raggiunta in Libano, luogo che Enrica aveva scelto per la sua tesi sul teatro politico e la storiografia della guerra civile a Beirut.
Ricordo lunghissime discussioni su Rabi’ Mroue, il collettivo Zouqaq o la metodologia dell’Atlas Group. Ulteriormente ispirate, tra gli altri, dall’approccio di Carlos Amorales, abbiamo deciso di esplorare il delicato equilibrio tra realtà e finzione in scena nello specifico caso delle testimonianze orali, usate alla stregua di documentazione storiografica. Alcune materie – credibilità e affidabilità, vittimizzazione e compassione, l’autenticità culturale e i fraintendimenti interculturali, sono diventate chiavi essenziali delle nostre ricerche – parallele e a distanza – per circa 5 anni. Secondo un approccio ricorrente e necessario allo sviluppo di ogni mio nuovo lavoro, nel 2016 ho potuto esplorare Bruxelles, fervente centro di dialogo, scambio culturale e sede di quelle fonti iconiche delle politiche europee e del diritto d’asilo che costituiscono un importante termine di riferimento per la nostra performance. Il rapporto con Enrica, stabilitasi ad Anversa dal 2015, e la residenza presso MUSUMECI Contemporary curata da te, ha permesso di formare una rete di partners, di rifinire un testo e di metterlo in scena in forma di performance e di video-installazione, accompagnandolo a una pubblicazione.
DTu, che hai partecipato con il massimo impegno a tantissime residenze d’artista nazionali e internazionali, come definiresti questa? E come ce la racconteresti?
R-Sicuramente molto diversa dalle altre. MUSUMECI Contemporary è uno spazio accogliente, intimo, che ti fa sentire a casa. È una home gallery, quindi si vive a diretto contatto con la coppia iniziatrice del progetto. L’appartamento è una vera e propria abitazione, ma il salone può in ogni momento essere usato come spazio di lavoro, e l’arredamento è essenziale (un tavolo e una grande vetrata che lo illumina meglio di qualsiasi studio). Numerose le opportunità di confronto e le studio visits presso altre istituzioni, protagonisti ed artisti, con i quali sono stati attivati dialoghi ancora in corso.
La posizione centrale dello spazio facilita la lettura e la fruizione della città. È stato, quindi, un mese intenso, e che ha dato i suoi frutti.
 

 

DQuando hai capito che una figura professionale come quella di Enrica Camporesi, sarebbe stata indispensabile per portare avanti la tua ricerca? Che metodo di lavoro avete utilizzato?
R-Già da mesi prima del tuo invito avevo deciso di lavorare con Enrica a questo progetto, e la residenza a Bruxelles è stata l’opportunità per consolidare la collaborazione, continuare a strutturare la ricerca, prima di passare alla fase di produzione, che si è attivata invece verso la fine del 2016, per continuare nel 2017 (mentre la residenza si è svolta all’inizio del 2016). Enrica ha suggerito letture e fonti di partenza, oltre a raccogliere e rielaborare testi accademici, interviste sul campo con rifugiati, richiedenti asilo, e operatori sociali, mentre io ho proposto testi antropologici e opere di arti visive, video e performance.
Entrambe abbiamo letto e studiato tutti i materiali, confrontandoci e selezionando i riferimenti più attinenti alla ricerca in modo da procedere con la scrittura in un accurato lavoro a specchio: Enrica scriveva e mi spediva, io leggevo e reagivo. Contemporaneamente, sviluppavo l’apparato scenico e visivo di supporto al testo e agli attori. Ci siamo nuovamente incontrate (estate 2017) per un’ulteriore trasformazione del materiale prodotto nello script finale: un testo molto denso, colmo di molti riferimenti – letterari e non – tra cui Paul Ricoeur, Tayyeb Saleh, Susan Sontag, testi giuridici, canzoni pop arabe, Roland Barthes…
Una volta in teatro (abbiamo lavorato per quasi un mese al Troubleyn di Anversa), Enrica limava il testo con i due attori ed io ascoltavo, osservavo, commentavo e ripulivo la scena, costruendo insieme una regia molto esigente ed essenziale.
Senza una profonda familiarità e altrettanta fiducia, tutto questo sarebbe stato impossibile! Nel frattempo, siamo state affiancate anche da Kristine Rogghe (drammaturga al KVS), Koen Van Kaam (regista a Zuidpool) e Mokhalled Rasem (regista e attore al Toneelhuis-Bourla, per affinare la drammaturgia.
Tutto il processo (dalla scrittura alla logistica, dalle audizioni alle domande di sussidi, dalla produzione al montaggio video, dal design della pubblicazione ai sottotitoli…) è sempre stato gestito da entrambe, in un confronto continuo e una costante critica costruttiva che credo ci abbiano fatto crescere molto, imparando, l’una dall’altra, metodi e modi di pensare.
D“Performing the Self – the interview” è una performance interpretata da un richiedente asilo politico e una funzionaria che dovrà occuparsi della sua pratica. Tuttavia, tu mostri qualcosa che, in pratica, difficilmente viene registrato, poiché scegli di presentare i due soggetti mentre attendono che arrivi un interprete che consenta loro di comunicare “senza equivocare nulla”. Quanto poi venga, anche senza volere, comunque equivocato, è difficile dire, vista la complessità e le sfaccettature semantiche insite in tutte le lingue e culture. Sei partita da dati concreti attinti dai dossier degli agenti di protezione e da lì hai deciso di presentare al pubblico un meta-racconto usando un meta-linguaggio su meta-vite di meta-uomini. Abuso del termine greco “meta” che vuol dire “oltre, dopo”, perché credo che il tuo lavoro parta proprio dalla volontà di andare al di là di ciò che già mostrano le fonti di informazione o la cultura dominante; e anche “oltre” la questione politica e sociale, “oltre” l’oggi… ma in vista di quale domani? Questa è per me una possibile chiave di lettura del tuo lavoro, ma vorrei conoscere meglio la tua e confrontarla.
R-Nella mia ricerca, ho sempre usato l’arte come strumento per comprendere la realtà che mi circonda e per esplorare gli altri, la loro maniera di vivere, le percezioni che hanno del loro ambiente e i cambiamenti che generano. Questi cambiamenti sono quasi sempre determinati da una necessità politica o sociale, a sua volta influenzata da un periodo di stress o di crisi.
Come reagiscono le persone alle decisioni imposte dall’alto sui territori in cui vivono? Quali sono i loro bisogni e in che modo adottano strategie di resistenza per affrontare cambiamenti inaspettati? È quello che mi sono chiesta in alcuni precedenti case studies, per esempio, l’operazione New Town di Berlusconi a L’Aquila dopo il terremoto del 2009; o gli investimenti di Benetton e il massiccio impatto sulla dislocazione della comunità Mapuche in Patagonia; o le conseguenze a lungo termine del turismo di massa per Venezia; o il fenomeno della gentrificazione a San Francisco.

Performing the Self – the interview” si concentra sulla testimonianza orale quale strumento di ri-creazione/re-enactment di verità personali. Il protection officer e il richiedente asilo interagiscono emblematicamente per produrre una nuova storia di vita. Mentre il processo di generazione, rivalutazione o, all’opposto, svalutazione della propria identità per rispondere alle aspettative di qualcun altro, ricorda la brutalità del discorso coloniale, il momento della deposizione della propria storia davanti al protection officer diventa un evento altamente performativo. L’obiettivo fondamentale è che la performance stessa sia riconosciuta come una storia di vita credibile, assegnata allo status di richiedente asilo. Questa particolare condizione di ‘performatività del sé’ è cruciale per l’importanza del processo rappresentato sul palcoscenico. Questa particolare condizione di ‘performatività del sé’ è cruciale per l’importanza del processo rappresentato sul palcoscenico. L’intervista è un vero “momento decisivo” nella vita del richiedente asilo. Il protection officer si trova nella difficile condizione di giudicare il futuro rischio di persecuzione e di qualcun altro, basandosi principalmente su una

testimonianza orale, e tollerando l’intrinseca incertezza di tale processo decisionale. Enrica ed io ci siamo concentrate sul richiedente asilo e sul protection officer costruendo un dialogo letterario entro una struttura, solitamente considerata vincolata, istituzionale e burocratica. Facendo mancare il traduttore, abbiamo aperto la possibilità di lasciar emergere uno spazio libero, nel quale entrambi i personaggi si dedicano fondamentalmente a mettere in discussione le regole. Cosa sono la fiducia, la credibilità o l’affidabilità? Quando dovremmo dubitare con più attenzione dei nostri sentimenti di fiducia? Come giudichiamo gli altri? In che modo un professionista affronta sentimenti come responsabilità, colpevolezza, compassione? Che cos’è una vittima e quanto può essere oggetto di dialogo quest’etichetta? Quali sono le aspettative implicite di entrambe le parti coinvolte nell’intervista (per esempio: raccontare la verità in maniera coerente, rispettare sequenze logiche di fatti, presentare informazioni quantificabili), che possano massimizzare la possibilità di ottenere nuovi documenti e quindi una nuova vita? Come mai nel mondo solo pochi paesi e istituzioni occidentali detengono il potere di valutare il rischio di persecuzione di qualcuno, basandosi principalmente
sulla sua deposizione orale?

Con questi ed altri interrogativi, la nostra ricerca muove dall’eredità degli studi post-coloniali, in un mondo in cui il sistema coloniale (un assetto otto e novecentesco ufficialmente superato) influenza ancora profondamente la società attuale, come possiamo osservare anche quotidianamente nella giurisprudenza delle vigenti procedure di asilo.

“Performing the Self – The Interview”
Conversation with Elena Mazzi and Enrica Camporesi
by Valentina Lucia Barbagallo
QWhen I proposed your residency at the Brussel venue of MUSUMECI Contemporary in 2016, we didn’t fully realize what that would have brought about, though some starting points were already there: the strength of our previous ideas, projects, and works, the perseverance of our pursuit of the most exigent contemporary visual languages, and the acquired records of all those involved, the artist, the curator, the gallerist.
Moreover, I was quite sure that an artist like you, focusing on man-environment and individual-collective relationships, would have found the most suited context in Brussel, as the ideal home to exchange and sharing, and the putative capital of the EU. Once you were installed, “Performing the self – the interview” underwent several stages: an epiphany at first, it turned into a research hypothesis, a shared intellectual venture with Enrica Camporesi, and a full-fledged project submitted to several institutions.
Can you then tell how this process started materializing, and how it evolved through time?
APerforming the self – the interview” is an inquiry into the legal peculiarities of European procedures of asylum seeking. The performance – written and directed with Enrica – is the outcome of a lengthy relationship that it’s worth evocating, before entering the matter at hand. Enrica and I met in Venice in 2008, at a time when I was studying Visual Arts at IUAV and she was attending classes of cultural anthropology, Arabic language and literature. In 2010, I joined her in Lebanon, a country that Enrica had chosen for writing her dissertation on political theatre and the historiography of the Beirut civil war.
There, we had lengthy debates on Rabi’ Mroue, the Zouqaq collective or the Atlas Group methodology, and took further inspiration (among others) from Carlos Amorales’ approach in order to explore the delicate balance between reality and fiction involved in oral witness, when used as historical evidence.
Some of the relevant topics – credibility and reliability, victimization and compassion, cultural authenticity and intercultural misunderstandings – became crucial for our research – both parallel and online – through more or less 5 years.
Following the recurring and compelling path of my work, in 2016, I started exploring Brussel, this fervent dialogue and cultural exchange centre, as well as the main seat for the iconic sources of those European policies and the asylum rights that are crucial features of our performance.
Finally, the relationship with Enrica, in Antwerp since 2015, and the residency at MUSUMECI Contemporary under your curatorship, have allowed me to build a partners’ network, to finish a text and to show it as a performance and a video-installation, with an accompanying publication.
QYou have been guested by a host of organizations and institutions, both in Italy and abroad. On the background of your large experience, what can you say of the Brussel residency?
AThat was for sure very different from any other. MUSUMECI Contemporary is a receptive, intimate space, where you feel like at home. Being in fact a home gallery, one lives with the couple running it. The apartment is thus permanently inhabited, though the main hall may be used as a workplace all the time, and the furniture is just essential (one table and a huge window through which natural light swarms better than in whatever atelier). During my stay, I could profit from very stimulating exchanges with, and studio visits to artists, professionals, institutions, and many of such contacts are still active.
Moreover, the space’s central location eases the reading and fruition of the city. In short, that was an intense month, and I managed to catch its opportunities.
QWhen did you understand that a professional like Enrica Camporesi would have been crucial for developing your research? And what about your work method?    
A-I had already decided to work with Enrica months before your invitation, and the Brussel residency has then given me the chance for consolidating our cooperation, and pursuing a further structuring of the research, before the passage to the producing stage, since late 2016 and up to the following year (whereas the residency took place earlier in 2016).
While Enrica suggested readings and starting sources, as well as the collecting and re-elaborating of academic reports and field interviews with refugees, asylum seekers, and social workers, I was proposing anthropological texts, and visual art works, videos and performances.
Both were reading and studying all materials, and compared and selected all most relevant data in order to proceed with writing through a specular work: while Enrica wrote and sent her texts, I read and reacted. At the same time, I developed the scenic and visual apparatuses supporting the text and the actors. In the summer 2017, we met again and further transformed the produced material in the final script: a really dense text, filled with a host of references – literary and not – to such authors as Paul Ricoeur, Tayyeb Saleh, Susan Sontag, Roland Barthes, as well as legal texts, Arabic pop songs, and much else…
Once on stage (we worked almost one month at the Troubleyn in Antwerp), Enrica finished the text with the actors, while I was listening, watching, making my remarks, and cleaning the scene, in order to build up a most exigent and essential direction.
Without the deepest familiarity and trust, all this would have been plainly impossible! In the meantime, we worked side by side with Kristine Rogghe (dramaturge at KVS), Koen Van Kaam (director at Zuidpool) and Mokhalled Rasem (director and actor at Toneelhuis-Bourla), who allowed us to refine the dramaturgy.
The whole process (the writing, the logistics, the audits of the subsidy applications, the video production and montage, the publication design and the subtitles…) was always co-managed, thus allowing a permanent cooperation and constructive criticism, that I believe having been essential growth and learning tools for both Enrica and myself.
Q“Performing the self – the interview” is performed by an asylum seeker and the officer entitled to deal with his dossier. However, you show something that it is rarely recorded, since the two subjects are acting while waiting for the arrival of a professional interpreter, who is supposed to allow them to communicate, “without incurring any misunderstandings”. How much is in fact misunderstood, intentionally or not, whatever the translator’s ability is difficult to say, given the complexity and the semantic nuances carried on by all languages and cultures. In my view, you started from the hard data collected from the dossiers of protection agencies and have then chosen to show a meta-tale, through a meta-language, about the meta-lives of meta-men. My abuse of the prefix “meta”, from the Greek “beyond, after”, moves from the belief that your work presuppose the goal of trespassing what was already shown by the official sources, or the mainstream culture, as well as what concerns the political and social dimension. In short, you look “beyond” the “here and now”….but at what tomorrow? I see here a plausible clue for the reading of your work, and would of course like to compare it with your own view.
A-Through my research, art has always been a tool for understanding reality and exploring others, their way of living, their perceptions of the surrounding environment, and the changes they may generate. Such changes are almost always the expression of political or social needs, the latter being a by-product of an age of stress and crisis. How do people react to decisions imposed from the top? What do they need, and how do they organise in order to resist unexpected changes? I have already been asking such questions in my previous case studies, like Berlusconi’s New Town initiative; or Benetton’s investments and the massive dislocation of the Patagonian Mapuche community; or the consequences of mass tourism in Venice; and the gentrification process in S. Francisco.
“Performing the self – the interview” focuses on oral witnessing as a tool for re-creating/re-enacting personal truths. The interaction between the protection officer and the asylum seeker emblematically generates a new life story. While the generation, re-evaluation, or de-valuation, of one’s identity to answer someone else’s expectations remembers the brutality of the colonial discourse, the deposition of the asylum seeker in face of the protection officer is a strongly performative act. The crucial goal is that the performance itself be recognized as a credible life story, attached to the asylum seeker’s status. This peculiar situation of ‘performativeness of the self’ is the key feature of the process-taking place on stage.
The interview is the real “breaking point” in the asylum seeker’s life. On the other hand, the protection officer’s uneasy problem is that she has to estimate the potential persecution risks of someone else, on the basis of little more than an oral witness and, thus, of an inherently uncertain decision process. For such reasons, Enrica and I have focussed on these two actors, who are repeating a literary text within a usually bound, bureaucratic and institutional, structural setting. Thanks to the translator’s absence, the actors can move freely, and engage essentially into questioning the received rules.
What do trust, credibility, reliability, mean? When should we pay more attention to our confidence attitudes? How to judge other people?
How does a professional actor face such attitudes as responsibility, guiltiness, compassion? What is a victim and how much may this label be used as a dialogue topic? Which implicit expectations do the interview’s parties nourish (f. e., telling a consistent truth, respecting logical facts sequences, producing quantifiable information), and how such expectations might maximize the chance of getting a new passport and starting a new life? Why just a few western countries and institutions monopolize the power of estimating someone’s risks of persecution, and why mainly on the ground of his own oral witnessing? With such, and other questions, our research moved from the legacy of post-colonial studies to a world officially beyond the 19th and 20th centuries’ international order, though the latter is in fact still deeply influencing the present society, as daily shown by the jurisprudence of the asylum procedures in force.