INTERVISTA A MARTINA MERLINI

di Eliana Vasta

 

Martina Merlini, artista bolognese classe 1986, si è laureata presso l’Istituto Europeo di Design di Milano, città dove attualmente vive e lavora. I suoi lavori spaziano dall’illustrazione alla grafica, dalla street art alla land art in una ricerca costante di equilibrio formale e armonia geometrica. La sua ultima personale è del 2018, al First Amendment Gallery di San Francisco.

 

Chi è Martina Merlini? Parlaci di te.
Un’artista che fa fatica a definirsi tale.
Il mio lavoro è affiorato lentamente degli anni, portandosi dietro le influenze dalla grafica editoriale e della progettazione di spazi espositivi, faticando a coniugare una tendenza “artigianale” con il più alto ruolo dell’artista.

 

Pattern geometrici, uso del bianco e nero e materiali “poveri” contraddistinguono la tua ricerca artistica. Da cosa nasce l’intenzione di accostarli?
La mia ricerca è sempre stata profondamente influenzata dalla grafica anni ‘60 e ‘70, dalle forme semplici e funzionali dei loghi e dei pattern di quegli anni; allo stesso tempo ho sempre trovato affascinante la casualità che governa le superfici mangiate dal tempo, la stratificazione senza regole che si accumula negli anni, ma come riuscire a replicarla senza falsarne l’autenticità?

Ho cominciato una lunga e accanita ricerca di materiali e tecniche fino a trovare qualcosa che mi convincesse e ho scoperto che due elementi così contrapposti, come il rigore di linee perfettamente parallele, delimitate da confini altrettanto rigidi, e una casualità riprodotta quasi artificialmente, comunicavano tra loro in una maniera perfettamente equilibrata. Direi quindi che il desiderio di accostare questi due estremi può derivare dalla volontà di trovare un equilibrio sempre diverso, e sempre dettato dall’ aspetto imprevedibile della casualità.

 

Sei un’artista che non si pone limiti, la tua arte spazia dall’installazione fino alla street art. Quanto è importate per te sperimentare?
Probabilmente questa spinta alla sperimentazione è dettata da un bisogno di esplorare nuove tecniche e materiali. Se da una parte da anni il mio lavoro si concentra prevalentemente nella ricerca ossessiva nel perfezionare una tecnica personale, trovando modalità sottilmente diverse per coniugare i due estremi di cui parlavo prima (piccoli cambiamenti che credo siano invisibili ai più), dall’altra tendo a cambiare costantemente scenario per riuscire variare prospettiva.  Come possono le regole che determinano il mio lavoro bidimensionale adeguarsi ad una ricerca tridimensionale? Trovo la pratica artistica estremamente terapeutica da questo punto di vista, mi consente di poter assecondare una spinta che definirei maniacale, permettendomi poi di spostare la mia attenzione su qualcosa di totalmente diverso, come la lavorazione del legno.

 

Nel 2016 hai partecipato al progetto itinerante “Triscele”, svoltosi in Sicilia, con altri due artisti: Moneyless e Sten & Lex; quanto è stato rilevante creare connessioni con il territorio? 

Triscele è stato un progetto interamente autofinanziato e organizzato dagli artisti stessi.

Da tempo discutevamo della possibilità di poter sviluppare un’idea di lavoro itinerante e collettivo, partendo dallo studio fino ad arrivare al territorio. Per un mese abbiamo esplorato alcuni angoli da noi sconosciuti della Sicilia, con l’aiuto e l’appoggio di molte realtà locali con cui abbiamo continuato a collaborare degli anni.

 

Di recente hai collaborato con Nike Epic React Flyknit: raccontaci questa esperienza.

Il lavoro di animazione per Nike è stato realizzato con il fondamentale aiuto di Silvio Mancini, motion designer e parte del collettivo Otolab. Lavorare con tecniche e supporti del tutto nuovi e a me quasi sconosciuti mi permette di esplorare le potenzialità del mio lavoro, collaborare con marchi e brand mi riporta al mio contenitore originale, in cui la creatività viene messa a servizio di uno scopo commerciale.

 

Al Magma di Bologna esponi in una bi-personale con Julie Oppermann. Le opere in mostra rappresentano una parte inedita della tua produzione. Qual è il tuo rapporto con il design e l’artigianato?

In occasione di Afterimages ho voluto esplorare più a fondo alcuni spunti che negli ultimi anni avevo solo sfiorato con le prime installazioni tridimensionali ma che avevano lasciato molti interrogativi.
Da grande amante del design e soprattutto dei materiali mi sono chiesta spesso come avrei potuto coniugare la mia ricerca con l’esplorazione di tecniche artigianali antiche e innovative.

Dopo una lunga fase di ricerca e di progettazione mi sono rivolta ad artigiani esterni per la realizzazione di un trittico composto da tre sculture di legno multistrato fresato, rattan intrecciato a mano e paglia. Queste opere sono pensate come opera unica, un crescendo di materiali e forme, ognuna con una personalità a sé stante.

La collaborazione con gli artigiani è stato l’aspetto più coinvolgente, mi ha permesso di scoprire tecniche antiche che stanno lentamente mutando con le nuove tecnologie, senza perdere il fascino originale.