Max Huber: il grafico, l’uomo

di Chiara Franzò

 

Max Huber nasce a Baar, nel Canton Zugo, nel 1919. Frequenta la Kunsttgewerbeschule di Zurigo e grazie al suo maestro Alfred Willimann entra in contatto con le esperienze del Bauhaus. Dal 1940 lavora a Milano per lo studio Boggeri dove inizia la sua attività di progettista grafico. Da qui in poi la sua lunga carriera lo porterà a lavorare per diversi studi, case editrici, manifestazioni artistiche, congressi ecc. Noti in tutto il mondo i suoi marchi e logotipi. Si spegne a Mendrisio il 16 novembre 1992.

Quest’anno si festeggia il centenario dalla nascita di uno dei protagonisti indiscussi della grafica internazionale: Max Huber. Per questa occasione è stata allestita una mostra presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, ahimè aperta solo per un paio di giorni a novembre.

Il curatore Gianni Latino, professore di graphic design presso la suddetta Accademia, ha svolto un ottimo lavoro con questo centenario poiché è riuscito a coniugare le interessanti testimonianze di chi ha conosciuto Huber con la sfida diretta ai suoi studenti che hanno dovuto reinterpretare il pensiero del grafico.

L’esposizione è stata articolata in cinque sale al piano terra di Palazzo Vanasco. Preparatissimi gli studenti dell’Accademia che accompagnano il visitatore attraverso i cinquant’anni di attività del grafico. Infatti nella sala maggiore si possono ammirare i progetti di Huber partendo dall’incredibile biglietto da visita con il quale, nel 1940, si presentò allo studio Boggeri di Milano. Disegnato interamente a mano, sorprende per l’estrema precisione che lo fa sembrare stampato e l’eccezionale semplicità. Presenti in mostra anche i bozzetti per i marchi e le pubblicità di grandi aziende come La Rinascente, Coin, De Agostini e molte altre.

Nell’indagare la figura di Huber bene è stata mostrata la sua passione per il jazz: manifesti, locandine, copertine per dischi, riviste. Probabilmente l’aver conosciuto Louis Armstrong lo ha segnato nel profondo, tanto che Anna Steiner, figlia del grafico Albe Steiner, lo ricorda con un bicchiere di whisky in mano e l’immancabile sigaretta in bocca in estasi intento ad ascoltare le note sprezzanti di Armstrong.

Sempre nella stessa sala un espositore è stato dedicato alla collana “Politecnico Biblioteca” di Einaudi, per la quale Huber ha curato la grafica di copertina. Il professor Latino racconta che quando Vettorini vide la copertina del secondo numero, intitolato “Come l’America diventò nazione”, disse a Max che l’America sembrava un gelato e lui gli rispose che in effetti l’America è un gelato. Un piccolo aneddoto per comprendere più a fondo la capacità critica di Huber che non è stato un mero esecutore, ma un vero e proprio ideatore.

Nella seconda sala invece è stato esposto il tributo degli studenti: ad inizio corso il professor Latino ha diviso i suoi allievi in gruppetti da due, massimo tre, e gli ha chiesto di reinterpretare le idee del grafico disegnando dei poster in suo onore. Con grande sorpresa alcuni di loro hanno scelto degli edifici catanesi e li hanno messi in relazione agli insegnamenti di Huber, creando così un ponte tra la città che ha ospitato il suo centenario e le ricerche del grafico.

Attraversando un telone nero si giunge alla terza sala dove le note dell’amato jazzista accolgono il visitatore in un’atmosfera calda ed intima. Su un tavolo ben esposta la collana “Il Timone”, anch’essa curata graficamente da Max, mentre sulla parete vengono proiettate le rielaborazioni delle copertine in mostra progettate dagli studenti. L’allestimento di questa sala è stato ideato dagli stessi, che scegliendo di illuminarla solo con due punti caldi puntati sul tavolo e con i colori in continuo movimento del video delle rielaborazioni, hanno creato un ambiente perfetto per mostrare come Huber sia riuscito in questo progetto grafico a rendere protagonista assoluta l’immagine, che descrive il contenuto del volume e diventa una finestra sul mondo.

Nell’ultima sala viene proiettato un documentario-intervista di Huber, in cui lo stesso grafico presenta alcuni suoi disegni nella sua casa-atelier a Novazzano, in Svizzera. Qui Max afferma di non essere un artista ma un grafico, un disegnatore e sottolinea come le sue non sono opere d’arte ma “manifestazioni” grafiche. Ciò ci fa capire molto su questo personaggio, che si è volutamente allontanato dalla definizione di artista per far riconoscere internazionalmente il mestiere di grafico.

Nell’indagare l’uomo, oltre l’artista, il professor Latino si è avvalso delle testimonianze di chi lo ha conosciuto, raccogliendole nel catalogo. Prima tra tutte quella di Aoi Huber Kono, figlia di Takashi Kono noto grafico giapponese e moglie di Max, che con una dolcezza e gentilezza tipicamente giapponesi racconta episodi di vita quotidiana e di come dopo la sua morte nel 1992 ha creato l’Archivio Max Huber, fondamentale per la riuscita del centenario. Palpabile l’emozione che prova nel girare tra le sale, soprattutto davanti al pannello che raccoglie diverse fotografie del grafico, alcune addirittura inedite, sul quale coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo possono lasciare una dedica. Quasi bisbigliando e sorridendo “incolpa” il professore e Stefano Galli, coordinatore dell’Archivio Max Huber, di aver preso in segreto le fotografie inedite e averle “nascosto”, durante la progettazione, alcune parti della mostra.

Altro momento importante per farsi una vera idea sull’uomo è la testimonianza di Anna Steiner. Come sappiamo Albe Steiner e Huber si conobbero nello studio Boggeri, nonostante Steiner fosse più grande e più affermato imparò molto da Max e viceversa. Tra i due nacque una sincera amicizia, forte al tal punto che durante la seconda guerra mondiale, quando Huber fu costretto a tornare in Svizzera, suo paese natio, fece da ponte tra i genitori di Anna, la cui madre era perseguitata perché di origini ebraiche e Steiner stesso in quanto parente diretto di Matteotti, e i suoi zii fuggiti in Messico per sfuggire alle leggi razziali. La Steiner ricorda la disponibilità che aveva dato Max in quel momento critico per la sua famiglia e di come dopo la morte prematura di Albe abbia iniziato a lavorare al suo fianco.

Nell’anno del centenario dalla nascita del grande Max Huber per Catania e per la sua Accademia è un onore averlo celebrato e ricordato con un’esposizione che ha coinvolto così tante personalità. Il lavoro del professor Latino e della sua classe è encomiabile. La memoria di Huber non solo è stata rispettata, ma ancora insegna alle nuove generazioni di graphic design come la semplicità degli elementi continua ad essere una scelta artistica attuale e vincente.

 

Ph. Credit: Milena Nicolosi – Giuliana Giannetto – In copertina: Aoi Huber Kono visita la mostra.