INTERVISTA AD ANDREA MARTINUCCI

di Vittoria La Russa

 

Andrea Martinucci, classe 1991 è nato a Roma, vive e lavora tra la capitale e Milano.

La sua è una ricerca trasversale che si avvale di mezzi espressivi diversi: pittura, video, fotografia e manipolazione digitale.

Martinucci elabora alcune tematiche della contemporaneità come la presenza sempre più ingombrante della tecnologia nella società. Essa ci illude, nella sensazione di un’apparente onnipotenza, per nascondere la debolezza e la vulnerabilità delle nostre vite. Tutto ciò è espresso, con suggestiva eloquenza, nella mostra che si è appena inaugurata presso lo spazio milanese Dimora Artica dal titolo: “Glory Black Hole”.

 

  1. Photo Credits by www.camerae.it

In questo momento, nella tua ricerca, quali sono le tematiche che maggiormente ti interessano?

Da circa 3 anni sto portando avanti la mia ricerca intitolata “.jpeg”. Questa nasce dall’esigenza di porre la giusta attenzione nei confronti della tecnologia sempre più insita nel nostro presente. Il donare quotidianamente la nostra vita a dei pixel ci rende così fragili; illusoriamente eterni, oggettivamente in pericolo nei confronti del nostro presente mnemonico. Gli aggiornamenti continui dei software non permetteranno ai noi, nel futuro, di leggere i nostri vecchi file e quindi di avere una visione effettiva di quello che eravamo. Da questo concetto inizia la genesi della mia ricerca. I dipinti partono da scene trovate su Instagram che rispondono a quell’approccio underground in cui in molti ci riconosciamo. Dopo aver dipinto le scene, vengono realizzate delle campiture in acrilico che vanno a eliminare, giorno dopo giorno, il dipinto di partenza. I colori pop sono solo delle maschere, delle rassicurazioni, un finto benessere che non fa cogliere la drammaticità del lavoro stesso.

Glory Black Hole” è la tua personale presso Dimora Artica a Milano. Come mai hai scelto questo titolo?

Mi è sempre piaciuto giocare con le parole. Il Glory Hole è un luogo erotico dove degli sconosciuti praticano la fellatio attraverso dei buchi che non permettono di sapere chi c’è dietro il muro. In questo caso, mi sono appropriato di questa pratica in maniera ironica, paragonandola al nostro presente. Un dettaglio che non ti permette di capire il tutto, una parte che non ci fa arrivare alla conoscenza totale. Quel buco nero rimuove la totalità della fruizione, andando a escludere il resto. Lo spazio di Dimora Artica diventa in questo caso un luogo tra il virtuale e il reale, con la volontà di non far cogliere, in un primo momento, ciò che è vero o ciò che è falso. Storie e citazioni che a volte sono fake, altre volte sono apparentemente sbagliate, semplicemente compromesse. È un gioco che faccio con il visitatore, obbligato a navigare tra la seta che stratifica l’ambiente, rendendolo chiaro solo attraverso i buchi degli anelli posizionati sopra la morbida scenografia.

Parlaci di questo progetto, di come è nato e di quali riflessioni possiamo trarre da esso.

Il progetto è nato dopo aver approfondito la tematica del vero e del paradosso di Deleuze. Riconoscere una situazione o un’immagine semplicemente non è pensare. Solo quando riesco ad arrivare al non mnemonico arrivo al pensiero. E grazie a questo pensiero posso arrivare al vero. La nostra società ci sta abituando alla comfort zone che non ci spinge ad andare verso la fatica e quindi verso il vero. Una crisi, non solo economica (come etichettata dalla maggior parte di persone), che omologa il pensiero. L’essere umano contemporaneo cerca sempre di più di inserire la realtà dentro delle categorie, visive e non, che non ci fanno andare l’oltre, rappresentato in Glory Black Hole attraverso lo sfondo di Windows XP. Abbiamo bisogno di nuove visioni, di coraggio e di una discussione continua per avvicinarci sempre di più verso il vero. Dio è morto, ora sta a noi ricostruire un nuovo presente.

L’arte può intervenire ad attenuare la crisi epistemologica di cui ci parla la tua mostra e in che modo secondo te?

Non credo che l’arte possa avere un ruolo così determinante per impressionare la società, sempre più lontana dalla forza dell’immaginazione e della famosa discussione di cui parlavo prima. Il ruolo dell’arte è quello di testimoniare, di fare uno scatto nei confronti di ciò che accade nel nostro contemporaneo.

Come valuti il sistema dell’arte a Milano e più in generale in Italia?

Il sistema dell’arte a Milano e in Italia, sappiamo tutti che è molto indietro rispetto a quelli di altri paesi. Nella città in cui vivo ci sono delle buone boccate d’aria, ma la situazione dell’artista rimane sempre non delle migliori. Purtroppo sono pochi i progetti finanziati, sia dal pubblico che dal privato. L’artista però ha bisogno di questo aiuto, altrimenti la ricerca ne risente non avendo il giusto respiro. I progetti vengono  bloccati in partenza per colpa dei pochi finanziamenti. Oggi l’artista è un lottatore, che, non potendo permettersi di stare a guardare, deve rimboccarsi le maniche e pensare a tutte le strategie che possono permettergli di far procedere la propria arte. Tutto questo per la dignità delle opere che produce.

Altri progetti per il futuro? 

Ultimamente ho iniziato a collaborare con la galleria Renata Fabbri. Renata e Bianca Baroni, spinte dall’immaginazione, sono riuscite a proiettare il mio lavoro nel tempo e a darmi fiducia. Noi artisti abbiamo bisogno di persone stimolanti che ci circondando, in grado di spronare la produzione e di evolvere con il nostro lavoro. In primavera farò un solo show nella galleria della Fabbri. In parallelo ci saranno altri progetti collettivi e alcune mostre all’estero.

In copertina: “Glory Black Hole – Andrea Martinucci”, Dimora Artica, Installation View.