Intervista a Domenico Mangano e Marieke Van Rooy 

di Viviana Triscari

 

Domenico Mangano (Palermo, 1976) e Marieke Van Rooy (Weert, 1974), lui artista visuale, lei storica dell’architettura, sono una coppia nella vita, e dal 2014 anche duo artistico. La loro ricerca verte prevalentemente sullo studio di piccole comunità fatte di outsiders, sulla ridefinizione di concetti come “sano” e “malato”, ed è memore degli esperimenti di anti-psichiatria realizzati negli anni Settanta. L’idea è quella di un mutuo scambio tra gli artisti e l’ambiente nel quale essi scelgono di lavorare. Attualmente in Italia sono visitabili alcune loro esposizioni: le due collettive, You got to burn to shine alla Galleria Nazione di Roma, La condizione Umana presso Palazzo Ajiutamicristo a Palermo, e la personale When the whistle glares a MAGAZZINO Gallery, Roma.

Chi sono Domenico e Marieke? Qual è il loro background visuale e culturale?

Siamo persone molto creative e complementari, due culture diverse che ci piace mescolare e integrare con leggerezza. Dal 2014 lavoriamo in simbiosi e il nostro lavoro è strutturato sulla combinazione di ricerca e pratica artistica. Nelle nostre operazioni cerchiamo di amalgamare sia l’analisi archivistica sia quella fatta da componenti partecipative ed educative in un processo artistico che viene trasformato in varie produzioni: film, installazioni spaziali, foto, disegni, performance e pubblicazioni. La posta in gioco dei nostri progetti è di presentare microstorie che riflettano sull’essere umano, la sua emancipazione, la politica reale e ideale, l’architettura sociale e le storie locali. Essendo coetanei abbiamo riferimenti culturali e passioni molto simili ma fortunatamente siamo cresciuti in ambienti diametralmente opposti e di conseguenza nelle nostre conversazioni sono un continuo paragone in divenire. Ognuno di noi due tira fuori dal sacco qualcosa al momento giusto quando serve e questo è il vantaggio enorme di chi lavora in coppia o in gruppo. Questo è anche uno dei motivi pratici per cui ci interessa lavorare in modo interdisciplinare e a progetti a lungo termine dove riusciamo a trovare i tempi adeguati per sperimentare e realizzare tutte le nostre idee strampalate. In sintesi siamo due perfezionisti che altercano ma che trovano sempre la soluzione per catalizzare il tutto in arti visuali.

Nel 1972 Roger Cardinal introduce nel mondo dell’arte un nuovo concetto, quello di Outsider Art, traducendolo da quello francese di Art Brut teorizzato da Dubuffet, per indicare quella produzione artistica realizzata da non professionisti (ad esempio persone affette da disturbi psichici), e al di fuori di qualsiasi tradizione o canone. Come vedete oggi il rapporto tra l’Outsider Art e l’arte considerata “istituzionale”? E’ ancora utile fare una distinzione tra questi due mondi o credete che la prima si sia ormai istituzionalizzata a sua volta? Penso alla Biennale di Gioni del 2013…

Sinceramente, anche se in alcune congiunture il tema trattato nella nostra ‘trilogia sulla follia’ è analogo alle teorizzazioni che ci hai posto nella domanda, e pur apprezzando molto l’aspetto storico e rivoluzionario dell’Outsider Art, preferiamo dare una lettura diversa, a lato. Con il nostro ‘The Dilution Project’ abbiamo esplorato e svelato il funzionamento comunemente inosservato delle istituzioni psichiatriche, che hanno risentito ultimamente del graduale smantellamento dello stato sociale nei Paesi Bassi. Con quest’operazione artistica non volevamo trovare o riscattare un modello, un’unione o distinzione istituzionalizzata tra arti, anche perché non siamo né teorici né terapisti. Abbiamo semplicemente cercato di presentare una variante moderna che ruotasse attorno all’argomento di antipsichiatria e del movimento democratico nei Paesi Bassi negli anni ’70, concentrato sull’eredità e l’attualità dell’esperimento Nieuw Dennendal. Nieuw Dennendal è diventato uno dei simboli del movimento democratico nei Paesi Bassi degli anni Settanta, ed è importante considerarlo nel contesto del movimento dell’Anti-Psichiatria, che ha avuto luogo nello stesso periodo in Europa e delle innovazioni nel campo psichiatrico condotte da Franco Basaglia in Italia. Punto focale dell’esperimento di Nieuw Dennendal era il concetto utopistico di ‘diluizione’: l’idea di avvicinare persone sane e malati di mente, nel tentativo di superare il crescente senso di polarizzazione e gerarchizzazione manifestato nella società del tempo. Abbiamo sviluppato questo progetto di ricerca dal 2014 al 2016 presso due residenze artistiche negli Paesi Bassi (Kunsthuis SYB, Het Vijfde Seizoen) e una a Curaçao (Instituto Buena Bista), ex colonia Olandese nei Caraibi. In ciascuno di questi progetti abbiamo effettivamente lavorato insieme ai pazienti degli istituti di cura mentale realizzando una trilogia di film e diverse altre opere consistenti in disegni, sculture, fotografie e installazioni. Teniamo appunto a specificare però che The Dilution Project presenta un’ampia indagine sulle separazioni apparentemente esistenti tra centro e periferia, normale e sano, malattia mentale e infermità, interrogandosi su quale significato il concetto di ‘diluizione’ potrebbe avere come parte di un processo artistico, o forse della vita in generale. Il nostro lavoro può essere indicato come una sorta di commento giocoso e critico, che tratta il mito del normale, la malattia mentale intesa come paradigma culturale artificiale, e l’idealizzazione dell’individualismo contemporaneo.

La vostra ricerca si muove sul terreno dell’antropologia e molti dei vostri progetti consistono nel “calarsi” in determinati contesti (geografici, culturali, sociali, psicologici), nel viverli, per trarne poi delle narrazioni: mi riferisco a lavori come When the whistle glares, Homestead of dilution, ma anche ad altri progetti precedenti di Domenico. Questo tipo di approccio sottintende l’idea che l’arte sia qualcosa di inseparabile rispetto alla vita e che possa e debba influire sulla realtà, sia individuale che collettiva. Potreste dirci qualcosa su questo aspetto del vostro lavoro?

Nel caso specifico della trilogia ‘The Dilution Project’ era inevitabile non confrontarsi con quel tipo di realtà umana. Tutto il progetto si basava su un approccio ricercato e voluto, un’ incursione in un mondo parallelo e perturbante. L’aspetto di attaccarsi alle storie di vita reale apparteneva già a entrambi sia nei lavori del primo Mangano sia negli scritti di van Rooy e di conseguenza è stato abbastanza semplice seguire questo percorso. La cosa che ci caratterizza però è la nostra posizione e le nostre scelte, diciamo che ci interessano da sempre le potenzialità immaginarie del vissuto quotidiano. Parlare di personaggi, ambienti, luoghi vuol dire, sul piano dei significati, indagare il rapporto tra individuo e realtà. Non dobbiamo dimenticare che un artista con in mano una videocamera ha un margine di potere sia nel decidere cosa filmare sia nel cosa mostrare al pubblico. Personalmente ci interessa l’idea di poter accompagnare lo spettatore dentro un mondo altro, più anormale. Raccontiamo storie che vediamo intorno a noi, ma che sono anche dentro di noi. Spesso più che una descrizione letterale del reale, le storie che presentiamo sono svelate per poi essere condivise dai fruitori. Nei nostri lavori mostrare va di pari passo con raccontare. Ed è in questo modo che si attua la nostra etica di visione artistica, partecipativa e autoriale. Ci piace spiegare il nostro modo di lavorare come una tecnica che consiste nel risalire da una serie d’immagini a uno stato di cose che tendono ad assumere una consistenza immaginativa, ad andare oltre l’atto del vedere. Come sostiene Wittgenstein, “l’immagine ha la forma di una realtà che non esiste”.

In alcuni dei vostri progetti più recenti, come Sonnet Cycle, realizzato per Manifesta 12, o Oyster for naturalization, mi sembra invece di intravedere una vena surreale e un maggiore interesse per la sfera dell’immaginario…

Infatti, grazie a questo lavoro lungo tre anni, relativo alla trilogia, ci siamo accorti che avevamo ancora tanto altro da dire oltre a quello che già ricercavamo e accadeva attorno a noi. Come tutti i passaggi ci siamo resi conto che la sola indagine sulla realtà non ci permette di esaudire in pieno un racconto quindi l’elemento fiction ha iniziato mescolarsi con il dato reale e a manifestarsi sempre di più nei nostri lavori. Crediamo che questa nuova componente rappresenti l’evoluzione naturale dei nostri futuri progetti. Oggi, nel mondo digitale e della post-verità, è cambiato il modo con cui le persone si rivolgono al passato e alla trasmissione del sapere. Per questo è mutato anche la nostra relazione con la realtà. La nostra collaborazione nasce proprio da questo nuovo modo di pensare al dialogo con la realtà. Oramai non possiamo più pensare di lavorare sulla memoria collettiva e sull’archivio in maniera distaccata, come dei ricercatori. Assumere quel ruolo da parte di noi artisti quindici anni fa era una denuncia del sistema, oggi può diventare un manierismo estetico. La scelta quindi è di lavorare sul surreale, non solo sul rapporto tra personale e collettivo, ma anche tra interiorizzato ed esteriorizzato. Oggi noi lavoriamo come dei performer: ‘performiamo’ la memoria e il paesaggio di Palermo in Sonnet Cycle, così come ‘performiamo’ le immagini del paesaggio del mare dei Wadden in Oysters for Naturalization. Siamo coinvolti ed entriamo all’interno dell’opera. Assumiamo i rischi, ma ci prendiamo anche la necessità di leggerezza e autoironia. Cerchiamo di crearci il nostro archivio, più che un’appropriazione seriosa fine a se stessa.

La memoria, il dialetto, lo studio delle piccole comunità, il legame con la terra natia, sono altri temi a voi cari. Che peso hanno nel vostro lavoro i vostri rispettivi luoghi di provenienza? La Sicilia e l’Olanda sono due realtà che potremmo dire agli antipodi eppure anche il paese di Marieke pare segnato da profonde, sebbene meno evidenti, contraddizioni, che Domenico in alcuni lavori del passato non ha mancato di rilevare…

I luoghi di appartenenza fanno parte di noi e del nostro immaginario, in fondo tutti quelli che si occupano di arti visuali, chi in modo più ermetico chi meno, include sempre qualcosa del suo vissuto personale, è in pratica inevitabile. Noi per quanto ci riguarda esaminiamo che un particolare luogo, anche se facilmente identificabile, possa essere benissimo considerato come una metafora estesa di qualche altra cosa o situazione. In questo modo,  procediamo nello spostare l’attenzione dall’atto di documentare il mondo – e destrutturare la memoria per lavorare sulla oggettività delle cose – all’ambito della visionarietà e dell’arcaicità.

Progetti per il futuro? C’è qualche idea in particolare che vi piacerebbe realizzare?

Gli ultimi mesi per noi sono stati belli intensi e ricchi di soddisfazioni e adesso ci aspetta una nuova fantastica avventura. Siamo stati selezionati dalla Jan Van Eyck Academie di Maastricht ed è li che ci trasferiremo da Settembre 2019 per un anno dove realizzeremo un progetto molto ambizioso dove nella nostra follia cercheremo di sperimentare e unire, in una operazione artistica, delle finte catacombe romane e delle finte miniere di carbone tramite l’idea del simulacro.