“La Grande Madre” – uno sguardo all’ultima mostra curata da Massimiliano Gioni
di Maria Giovanna Virga

 

Legata alle tematiche di EXPO2015 come omaggio alla prima fonte di nutrimento dell’umanità (ossia il grembo materno), la mostra intitolata La Grande Madre, curata da Massimiliano Gioni per la Fondazione Trussardi, è stata inaugurata lo scorso 25 agosto e sarà visitabile fino al 15 Novembre presso il Palazzo Reale di Milano. Obiettivo delle mostra è avviare una riflessione ricca e complessa sulla figura della donna, non soltanto relativamente al suo al ruolo biologico, ma anche per tracciare le relazioni che intercorrono tra la figura femminile ed il potere e la società del XX secolo.

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Il titolo viene preso dall’opera omonima (pubblicata nel 1955) dello psicologo Erich Neumann, discepolo di Carl Gustav Jung, nella quale viene condotto uno studio sull’archetipo della “Grande madre”. Neumann aveva esaminato immagini, sculture e rappresentazioni delle divinità femminili nelle culture matriarcali della preistoria: tra queste studiò anche quelle collezionate da Olga Fröbe-Kapteyn, che vengono proiettate nella seconda sala della mostra, insieme ad una serie di disegni realizzati dalla stessa Fröbe-Kapteyn, che amava definirli “disegni di meditazione”. Un espediente, questo, per tradurre visivamente le sue ricerche teosofiche in forme geometriche dai forti connotati simbolici ed esoterici. Una volta superate le prime sale ci si imbatte nella fotografia di Sigmund Freud ritratto insieme alla madre. Una presenza necessaria quella del “padre della psicoanalisi”, proprio per la sua influenza sulla cultura occidentale, che ha portato ad un radicale ripensamento della famiglia tradizionale, svelandone i rapporti e le tensioni represse. Non è quindi un caso che la fotografia venga esposta accanto ad una riproduzione del dipinto “Edipo risolve l’enigma della sfinge” di Jean-Auguste-Dominique Ingres, una delle immagini che Freud amava tenere nel suo studio. Si susseguono le sale dedicate al futurismo, dadaismo e surrealismo, in cui appare chiaro come le donne siano sempre state presenti e attive nella scena artistica del periodo, seppur messe in penombra dai colleghi maschi, o addirittura relegate al ruolo di muse ispiratrici e soggetti delle loro opere. Benedetta, Regina, Valentine de Saint-Point, Mina Loy, Maria “Nusch” Éluard, Sophie Taeuber-Arp, Suzanne Duchamp e Valentine Hugo sono solo alcune delle artiste, prolifiche e poliedriche, che vengono mostrate al grande pubblico svelando un universo parallelo spesso dimenticato, se non ignorato.


002 - Sigmund Freud con la madre Amalia, 1925

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Vari documenti dei primi decenni del Novecento, proposti all’interno della mostra, descrivono, invece, il ruolo sociale e politico della donna da un punto di vista prevalentemente “biologico”. Frammenti di film e documenti sulle politiche della natalità durante il fascismo, ad esempio, riportano uno spaccato sociale in cui la madre è una figura subalterna, il cui ruolo primario è di provvedere al benessere familiare, nonché a nutrire e formare i cittadini di domani. In quest’ottica il senso di filiazione va oltre il legame familiare per diventare espressione di appartenenza alla nazione. Un rapporto spesso conflittuale ed opprimente che può essere compreso con immediatezza dall’accostamento dell’opera scultorea di Thomas Schütte, Padre Patria (variazione del termine tedesco “Vaterland” – letteralmente “terra del padre” – usato per definire la propria nazione di appartenenza e spesso associato al regime nazista), a quella pittorica di Kara Walker, Madre Patria. Nella scultura di Schütte, l’austera ritrattistica monumentale produce un corpo “senza corporalità”, che esprime un’autorità imponente quanto anaffettiva. L’opera di Kara Walker, invece, presenta una “madre patria” grottesca, un’anziana donna afro-americana in costume storico che fagocita l’intero corpo di un animale, e che richiama nella sua postura e nello sguardo vacuo il dipinto di Goya, Saturno divora i suoi figli. Il mito dello Stato come protettore dei propri figli viene così alterato per svelarne la sua natura più distaccata e disumana. Una delle sale più significative è quella dedicata a Louise Bourgeois, artista che ha fatto della “distruzione del padre” uno dei fulcri della propria ricerca artistica. Nelle sculture della Bourgeois i generi si mescolano e coabitano nel medesimo involucro, mostrando la profonda complementarietà che lega entrambi i sessi. Nelle piccole ed intime opere di tessuto rosa, invece, le cuciture ed i rattoppi rievocano uno dei gesti più rappresentativi della figura femminile: la capacità di riuscire a riparare e mettere insieme eventi e ricordi personali (come l’esperienza della maternità o la paura dell’abbandono) per trasformali in esperienze condivise.

004 - La Grande Madre, Palazzo Reale, Milano  (foto Marco De Scalzi, courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano)

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Le oltre 400 opere presenti in mostra si snodano all’interno delle ventinove sale di Palazzo Reale in modo da suggerire diversi livelli di lettura e di interpretazione del percorso espositivo: alle volte si segue quello storico-cronologico (più evidente nelle prime sale), altre volte emergono raggruppamenti tematici di tipo politico-sociale (come la sala dedicata al femminismo italiano, in cui il Manifesto di Rivolta Femminile – scritto da Carla Lonzi insieme a Carla Accardi e Elvira Banotti – entra idelogicamente in dialogo con le opere di Barbara Kruger, Ketty La Rocca, Suzanne Santoro ed i video di Joan Jonas, Yoko Ono e Martha Rosler), religioso (come la rivisitazione dell’iconografia mariana) o scientifico (come le immagini “in utero” di Lennart Nilsson, pubblicate sulla copertina di “Life”, che diventano il simbolo di come l’innovazione scientifica abbia cambiato il modo di immaginare lo sviluppo della vita nelle sue fasi più intime e nascoste). Si presenta così agli occhi dello spettatore un’ampia panoramica sull’arte degli ultimi cinquant’anni; la convivenza di opere appartenenti a generazioni artistiche diverse, assieme a manifesti, fotografie e filmati, stimola lo spettatore ad approfondire le molteplici connessioni che legano gli elementi esposti.

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La mostra si chiude significativamente con una sala dedicata alla perdita della madre, della quale il ricordo prende vita sotto varie forme. Particolarmente interessante l’accostamento dell’opera di Gillian Wearing, Autoritratto come mia madre Jean Gregory (in cui l’artista, grazie all’utilizzo di maschere in cera, si fa ritrarre come la madre da giovane) con la fotografia di Virgian Woolf mentre indossa l’abito della madre defunta. Entrambi gli esempi rappresentano un tentativo di mantenere vivo il ricordo della propria madre attraverso il travestimento: un vero e proprio transfert attraverso cui riesaminare quali aspetti della figura materna continuiamo a portare dentro noi stessi.

008 - Gillian Wearing, Self Portrait as My Mother Jean Gregory, 2003

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Quella che si delinea al termine della mostra è una visione sul mondo femminile sfaccettata, a tratti rasserenante e forte, altre volte estremamente fragile e traumatica, in bilico tra tradizione e rinnovamento. Quando parliamo di maternità nell’arte rievochiamo spesso divinità classiche, madonne con bambini e altre figure femminili; eppure la maggior parte di queste raffigurazioni sono state idealizzate da uomini seguendo la loro sensibilità ed i loro desideri. In cosa consiste oggi la maternità? Quali siano le basi su cui abbiamo costruito il nostro immaginario collettivo e a chi abbiamo delegato il compito di creare tali rappresentazioni? Sono le domande che emergono al termine della mostra. La Grande Madre è un notevole tentativo rispondere ai precedenti quesiti senza riserve, inserendo tali problematiche in una visione più ampia, non esclusivamente artistica, in cui la dimensione “materna” include tanto gli uomini quanto le donne, senza distinzioni di genere.

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(Copertina) Anna Maria Maiolino Por um Fio [Per un filo] dalla serie Fotopoemação [Foto-poesia-azione], 1976 Fotografia in bianco e nero, 52 × 79 cm Collezione Finzi, Bologna. Courtesy Galleria Raffaella Cortese, Milano.

(1) La Grande Madre Palazzo Reale, Milano. Photo- Marco De Scalzi. Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano.

(2) Sigmund Freud con la madre Amalia, 1925. Stampa fotografica, 25 x 18 cm. Freud Museum, Londra.

(3) Maria “Nusch” Éluard – Nudes dancing around d gold chalice (Nudi che ballano attorno ad un calice d’oro), 1937 fotomontaggio. 9x 14 cm. The Mayor Gallery, Londra.

(4) / (5) La Grande Madre Palazzo Reale, Milano. Photo- Marco De Scalzi. Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano.

(6) Joan Jonas Mirror Check [Controllo allo specchio], 1970 Film trasferito su DVD, bianco e nero, muto, 6’. Filmato da Robert Fiore, 1974. Courtesy Joan Jonas e Yvon Lambert Gallery, New York/Parigi.

(7) Lennart Nilsson 20 fotografie dalla serie A Child is Born [E nato un bambino], pubblicate su “LIFE”, New York, 30 aprile 1965 
Stampe fotografiche, 29 × 27 cm ciascuna 
© Lennart Nilsson Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano.

(8) Gillian Wearing, Self Portrait as My Mother Jean Gregory, 2003. Stampa in bianco e nero incorniciata, 150 x 131 cm. Maureen Paley, Londra.

(9) / (10) / (11) La Grande Madre Palazzo Reale, Milano. Photo- Marco De Scalzi. Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano- Photo- Marco De Scalzi. Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano.