Intervista a Stefania Galegati Shines
di Giuseppe Mendolia Calella

Chi è Stefania Galegati Shines? Che musica ascolti, qual è l’ultimo libro che hai letto? Insomma, raccontaci brevemente di te.
Ecco, alla prima domanda già non so rispondere, ti posso dire che appartengo alla razza umana comparsa inspiegabilmente sul pianeta terra, parte di un equilibrio universale di cui di più non so.
La musica… bello che dopo una domanda così impossibile come chi sono, viene che cosa ascolto. Mi piace sempre più di tutti ancora Nina Simone, anche se ascolto una gran varietà di musica. La fortuna di avere un grande uomo a fianco che si occupa di musica. Sto leggendo Giuseppina Torregrossa, grazie alla mia amica Nadia e alla mia sorella Sandra. E poi hai scordato di chiedermi un film, ho appena rivisto Gli anni in tasca.

Come definisci il tuo lavoro?
Il lavoro si definisce da solo, ed è la cosa che più mi piace. Io lo faccio e lui se ne va per conto suo, nelle vite private dei collezionisti o nelle strade delle città.

A proposito del tuo lavoro si legge: “Il lavoro di Stefania Galegati Shines è anche sintomaticamente legato all’idea di documentazione e archivio. […] Spesso questa particolare attività documentativa (e immediatamente interpretativa) assume i ritmi di un lavoro giornaliero; di una registrazione costante. Tuttavia il risultato finale non è mai né voyeristico né utopisticamente onnicomprensivo.” Come avviene lo sviluppo di questa pratica?
Si parla qui di un lavoro che ho fatto per 4 anni. Nato dall’avvento di queste piccole macchinette fotografiche che permettevano di girare video con un carattere specifico, forte. Nato dalla necessità di prendere appunti e di condividerli, come prendendo il thé, di sottofondo con la musica e tanto movimento. Era per me come disegnare, la fase del montaggio la mia preferita. Poi come tante cose non l’ho fatto più.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
Succede spesso, il che è un casino per la carriera. Se non vieni facilmente identificato, non vieni ricordato, riconosciuto e comprato. Ma la ricerca sta proprio lì, nel continuo confronto con i cambiamenti del mondo, della società, del nostro modo di vederci, delle esperienze di vita personali, delle nuove cose prodotte dagli altri…

Da anni vivi in Sicilia! Che idea ti sei fatta del panorama artistico isolano?

Essendo venuta in Sicilia per “fare il nido” non lo vivo molto attivamente. Trovo bellissime energie nei giovanissimi del mio corso all’Accademia di Palermo. Credo che sia un buon momento per la Sicilia, mi pare si stia costruendo qualcosa, ma sarà la prossima generazione a scardinare qualcosa.

Puoi anticipare ai lettori di Balloon i tuoi progetti per i prossimi mesi?
Costruirò un campo da street basket per la città di Palermo, uno studiolo all’interno di un albero a Imola e fra una settimana farò una performance al festival di teatro Ipercorpo a Forlì, ispirata al mio vecchio video dei bulldozer che combattono.

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(1) Die blechtrommel, 2004 – Olio su tela, 110 x 224 cm.
(2) Per raccontare questa storia d’amore bisogna partire da Odessa, 2012, pittura bianca e storia di Rosa Matteucci.
(3) Michelina De Cesare (bandits), 2005 – Olio su tela 178 x 117 cm.
(4) E’ meglio ricordare i giorni piu felici che possono per sempre ritornnare…, 2011 Proiezione di 230 immagini, sottofondo musicale ‘Telefonami’ di Don Marino Barreto Jr.

www.galegati.net