Intervista a Leonardo Ruvolo

di Giuseppe Mendolia Calella

 

Chi è Leonardo Ruvolo?

Dipende dal contesto, ma da un punto di vista legale Leonardo Ruvolo è una persona fisica nata il 29 dicembre 1990 a Palermo. In questo senso posso dire che sono un essere umano, questo mi conforta. Devo ammettere che ho un problema con le etichette, nel senso che mi stanno tutte un po’ strette o un po’ larghe, dipende dal contesto, appunto. Non riesco a scrivere o a dire che sono un’artista, o uno scrittore o un musicista, o un giurista. Potrei usarne una piuttosto che un’altra, ma non sarebbe preciso. Vorrei e mi piacerebbe dirti che sono sicuro di quello che sono, ma non sono sicuro e non mi sono ancora deciso. Direi che sono una persona insicura e indecisa. Mi piace cercare.

Che musica ascolti? Qual è l’ultimo libro che hai letto?

In questo momento, ora che scrivo, sto ascoltando in loop Elephant Gun dei Beirut, mi ricorda un momento molto disteso della mia vita. Per lo stesso motivo ascolto tanto i Verdena, mi piace Mozart in particolare sinfonia Haffner, Pink Floyd soprattutto con Syd Barrett, mi piace Oneohtrix Point Never, Sun Ra, Jay-Z, Nirvana, Nirvana lo riscrivo per sicurezza e mi piace John Lennon. Mi piace tanto leggere, più di scrivere. Sto leggendo Thomas Pynchon “L’incanto del lotto 49” e “Il prezzo della disuguaglianza” di Joseph Stiglitz. L’ultimo che ho letto è “Le parole nelle cose” di Emanuele Coccia. Ho una sfilza di libri che porto sempre con me, uno su tutti è Rayuela di Julio Cortázar. Ho una lista di sei autori di cui non posso fare a meno: Jorge Luis Borges, Fëdor Dostoevskij, Italo Calvino, Julio Cortázar, Louis-Ferdinand Céline, Pier Paolo Pasolini (in questo ordine).

Quali artisti apprezzi particolarmente?

Per ora sto guardando molto il lavoro di Monica Bonvicini.

Parlaci della tua ricerca…

Il mio lavoro più strettamente artistico nasce da una riflessione sulla scrittura. Il mio focus principale è sempre stata la scrittura, mi diverte molto creare immagini attraverso le parole. A volte penso che la lettura sia molto sottovalutata, ma credo sia il modo di fruizione più personale del pensiero di un’altra persona. Negli anni mi sono accorto che creare delle immagini attraverso la scrittura è molto difficile, ci vuole molto tempo per affinare una lama che spacchi a metà un capello. Certi lavori visivi hanno una sorta di immediatezza che la scrittura non può avere, banalmente si tratta di una questione di velocità. Non è una posizione rinunciataria, forse di comodo. Ho attraversato una fase di passaggio durante la quale le parole sono transitate sui muri, se così potremmo dire. È stato tanto breve quanto doloroso rinunciare alle parole come segno. Adesso attraverso lo strumento video tento di restituire la mia personale esperienza dell’immagine, archetipo del processo di distruzione e creazione.

C’è stato un evento che ha segnato una svolta nella tua ricerca?

Stavo lavorando a dei collage fatti di stralci e ritagli di una serie di fotocopie che avevo usato per la mia tesi di diritto penale. Stavo ancora lavorando sulla parola scritta, immobile sulla carta. Avevo bisogno di fare delle fotocopie, ma avevo finito il toner della stampante. Decisi di scansionarle, qualcosa è andato storto, sto ancora lavorando a questo, le interferenze ai processi di digitalizzazione. Mi interessa questo processo di distruzione/creazione di immagini, tutto quello che sta in mezzo tra la carta, l’inchiostro, il colore e lo schermo, i pixel, i byte.


Quale definizione impiegheresti per il tuo lavoro?

Ancora immaturo e ingenuo. E questo mi piace.

Come definiresti il panorama artistico siciliano e italiano in generale?

In Sicilia ci sono alcuni artisti veramente bravi il cui lavoro mi piace tanto, penso a Giuseppe Adamo, Francesco Surdi e Federico Lupo. Il lavoro di Emajons a Palermo. Durante la biennale Mediterranea a Milano ho visto e mi è piaciuto il lavoro di Claudio Pantò, anche lui siciliano. Ci sono due gallerie giovani ma super in gamba Von Holden Studio (Palermo) e Ritmo (Catania). La realtà di Farm Cultural Park a Favara è molto interessante e sembra in espansione su tutta l’isola. Per quanto riguarda l’Italia difficile da dire, vivo a Milano da qualche mese e sto cominciando un po’ a conoscere la città. Sto scoprendo il lavoro di alcuni artisti che orbitano attorno a Milano che in qualche modo mi interessa, mi riferisco a Alessandro Agudio, Enrico Boccioletti, Alessandro di Pietro e Michele Gabriele.

Quest’anno sei stato tra i vincitori della call (sezione Photo manipulation and graphics) promossa Farm cultural Park e dal progetto Polline arte. Ci racconti questa esperienza?

Non ero mai stato a Favara. Quando arrivi alla Farm ti investe un’atmosfera molto familiare e accogliente. Tutti nel paese ti raccontano di Farm come quella di una salvezza per il paese. Andrea Bartoli e Florinda Saieva hanno messo su una macchina, ormai ben oliata, per la produzione, la promozione e la diffusione di pratiche legate all’arte contemporanea. Il premio consiste in una settimana di residenza presso la Farm dal 2 al 9 Maggio durante la quale lavorerò ad una installazione site specific.

Hai già qualche nuovo impegno per i prossimi mesi? a cosa stai lavorando?

Qui a Milano sto collaborando con la compagnia teatrale Kokoschka Revival, la cui ricerca si muove tra il teatro sperimentale, le arti visive, il cinema. Sto già lavorando alla prossima edizione di Landescape, una rassegna itinerante di momenti performativi multimediali all’interno di ambientazioni naturali. La scorsa edizione abbiamo ospitato dentro la riserva naturale del Bosco d’Alcamo. Sto cercando un luogo per pianificare la prossima immersione.

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Schermata 03-2457466 alle 17.42.01

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(Copertina) Uncommon Screen – Video 1:27′ – 2015
(1) Image Every Thing – Museo d’Arte Contemporanea Alcamo 2015
(2) Image Every Thing – Museo d’Arte Contemporanea Alcamo 2015
(3) This is home – Video 5.12′ – 2015
(4) This is home – Video 5.12′ – 2015