Intervista a Francesco Urbano Ragazzi, duo curatoriale
di Maria Giovanna Virga

Conoscere tutto ciò che viene presentato all’interno della 55. Esposizione Internazionale d’Arte sembra l’ossessione che muove i visitatori in giro per Venezia. Se poi si desidera vedere tutti gli eventi collaterali e padiglioni esterni alle sedi ufficiali dell’Arsenale e dei Giardini, l’impresa sembra farsi decisamente ardua: dover scegliere diventa obbligatorio.
Il Padiglione Internet di Miltos Manetas presso l’Oratorio di San Ludovico è una delle mete che vale la pena di raggiungere. Abbiamo colto l’occasione per incontrare il duo curatoriale Francesco Urbano Ragazzi con cui abbiamo parlato non solo del progetto espositivo, ma anche della loro esperienza di curatori.

Come nasce l’Associazione E?
Associazione E è una copertura: la veste istituzionale di Francesco Urbano Ragazzi, nome che ci corrisponde di più. Ci siamo accorti presto che per fare quello che avevamo in mente dovevamo rappresentarci come soggetto giuridico, così nel 2005 abbiamo dato vita a questa entità. La forma che la E ha preso nel tempo è simile a quella di uno studio di avvocati: Urbano Ragazzi e associati. Attorno ad una causa comune costruiamo un team di lavoro ogni volta diverso. Co-curatela, co-dipendenza, co-autorship sono da sempre la nostra materia.

Com’è avvenuta la vostra formazione in ambito artistico?
È avvenuta sul campo. I nostri sono compagni di vita e di viaggio, quasi mai di scuola.

Oltre ai progetti di curatela, vi siete spesso occupati di residenze per artisti, in alcuni casi partecipando anche in prima persona. Quali sono le motivazioni che vi hanno portato a promuovere questo tipo di ricerca? Che valore attribuite alla residenza per la pratica artistica e curatoriale?
I progetti di residenza non rappresentano per noi un percorso parallelo alla curatela, ma sono al contrario la maniera con cui riflettiamo su di essa. Finora tutti i nostri programmi sono stati realizzati a partire da una motivazione curatoriale. Proprio per questo non li abbiamo concepiti come format ripetibili, ma come paesaggi dentro i quali, per scopi di volta in volta differenti, si formano relazioni specifiche. Per prima, la relazione degli artisti invitati con noi curatori, che siamo parte immediatamente attiva della produzione (non meri commentatori o facilitatori). E poi la relazione tra gli artisti e un gruppo non generico di pubblico, che diventa in qualche maniera la nostra committenza: ad esempio, le persone gay e lesbiche con cui abbiamo lavorato per Io, Tu, Lui, Lei alla Fondazione Bevilacqua La Masa o i cittadini che hanno aiutato Francesco Bertelé a realizzare un monumento galleggiante in argilla durante la IV Biennale di Sinop in Turchia.
Pensare alla commitenza in maniera nuova, non solo in termini economici ma di responsabilità verso un contesto, ci sembra possa essere un modo di ancorare la pratica artistica e curatoriale alla realtà: la residenza è uno dei luoghi in cui far avvenire questo ancoraggio.

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In che modo avviene la scelta di lavorare con determinati artisti? Questa decisione avviene prima o dopo la stesura del progetto?
Il progetto determina sempre la scelta, ma questo significa una lunga frequentazione fuori e dentro gli studi degli artisti anche prima che un progetto sia realizzato. Molti pensano che il ruolo del curatore sia quello di scegliere il meglio, il più nuovo o il più rappresentativo: stilare classifiche e fare compilation. Noi crediamo invece nel curatore curandero.

Quali sono le dinamiche o gli interessi che favoriscono la nascita dei progetti di curatela?
Più che di dinamiche e interessi parlerei di chiamate: nostre idee che siamo motivati a perseguire o anche inviti di enti pubblici e privati a cui sentiamo di poter rispondere.
Ricorre di continuo il desiderio di sfuggire alle costrizioni dei generi, delle discipline, dei sistemi chiusi. Ci preme riflettere sullo statuto della mostra nella contemporaneità praticando la curatela nel vivo dei processi produttivi che si misurano con territori insondati o emergenti del mondo, delle mente, della rete.

Parlando dell’ultimo vostro progetto, l’attuale Padiglione Internet, di cui siete i curatori, come è nata la collaborazione con l’artista greco Miltos Manetas, e come si è sviluppata nella realizzazione del padiglione?
Con Miltos Manetas si è trattato di un incontro fatale. A farci conoscere è stato il Padiglione Internet del 2011. Durante quella seconda edizione, L’Isola delle Reti, si è verificato un piccolo miracolo di proiezioni simultanee durato una sola notte sull’isola di S. Servolo: il BringYourOwnBeamer, che ha visto la partecipazione di un centinaio di artisti e curatori, tra cui anche noi.
In uno dei primi sopralluoghi, Miltos vide un campo di basket e ci disse: “Quello è il vecchio internet: non ci interessa. Noi vogliamo un internet che non sia separato, che sia nella natura, che sia un nuovo livello della natura”. Poi scorse in lontananza un albero che cresceva storto, quasi orizzontale: “Ecco: questo è l’albero dell’internet”. Capimmo subito che sarebbe stato amore.

Come mai per rappresentare un padiglione di condivisione globale si è scelto un mezzo tradizionale come la pittura?
La pittura è il medium dell’uomo davanti al mistero. Più che una mostra, questo terzo Padiglione Internet è l’affermazione della chiesa dell’internet a partire dalla sua decorazione. Volevamo evocare la dimensione eremitica della rete e per questo abbiamo chiamato in causa gli Unconnected: persone che al giorno d’oggi non utilizzano account di posta elettronica e social network. Lo spirito degli Unconnected, così come la pittura, apre uno spazio mentale di redenzione dall’incessante trasmissione di dati. Ci conduce nei paesaggi dell’uomo connesso dove la tecnologia può offrire anche un’inaspettata possibilità di contemplazione.

I riferimenti dei dipinti presentati, ad esempio l’icona o l’affresco religioso, sono collegati esclusivamente al luogo delle loro presentazione, ovvero l’Oratorio di San Ludovico, oppure vi sono altre ragioni indipendenti dal contesto espositivo?
Anche l’incontro tra le opere e la chiesa sembrava predestinato. Il quadro Looking at the Blackberry ha preso forma durante l’inverno scorso mentre si faceva strada l’ipotesi di una mostra di Miltos all’oratorio. Il giorno in cui finalmente ci siamo incontrati a Venezia, lungo il tragitto per andare a visitare lo spazio abbiamo fatto tappa in molte chiese, attratti dai Tintoretto, dai Bellini, dai Palma… Una volta arrivati all’oratorio è stato ovvio pensare alla pittura. La struttura delle panche che circonda l’altare ci ha subito suggerito l’idea di un ritratto corale. La pala d’altare e il grande monocromo a chiazze sulla parete lunga sono state altre conseguenze naturali realizzate ad hoc.
Molti altri riferimenti sono entrati nella rivista Off-Solo offerta dalla Collezione Antonio Coppola e dedicata all’evoluzione del Padiglione Internet, all’opera di Manetas, e agli Unconnected. La chiesa come tale si e’ poi aperta ad una serie di funzioni. La prima è stata la presenza/assenza di Enrico Ghezzi con “Inde est”: un lungo discorso della durata di 8 ore senza alcuna emissione sonora. Altre manifestazioni di questo tipo continueranno a compiersi inaspettatamente in questi prossimi mesi. Il punto di raccordo online sarà Nero Magazine.

Quali sono state le reazioni del pubblico nel visitare il padiglione?
La visita può esaurirsi in uno sguardo alle opere esposte o dilatarsi in un’esperienza personale: in fin dei conti il terzo Padiglione Internet è una chiesa e non una mostra. C’è un’anziana signora che si ferma in oratorio quasi tutti i giorni e prega il cavo infinito dipinto sulla pala d’altare: lei è la nostra visitatrice preferita.

Per concludere, che consigli dareste ai giovani che vogliono avvicinarsi alla curatela?
Se sentite l’esigenza, siate esigenti. Se non la sentite, non avvicinatevi!

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(1) Alaa Edris, College on Fire, still from video, 2009
(2)THE UNCONNECTED – III Padiglione Internet by Miltos Manetas curated by Francesco Urbano Ragazzi. Oratorio di San Ludovico, Venice. Opening days with the performance “Inde est” by Enrico Ghezzi. Photo by Gaetano Alfano
(3) THE UNCONNECTED – III Padiglione Internet by Miltos Manetas curated by Francesco Urbano Ragazzi. Oratorio di San Ludovico, Venice. Opening days with the performance “Inde est” by Enrico Ghezzi. Photo by Gaetano Alfano
(4) THE UNCONNECTED – III Padiglione Internet by Miltos Manetas curated by Francesco Urbano Ragazzi. Oratorio di San Ludovico, Venice. Opening days with the performance “Inde est” by Enrico Ghezzi. Photo by Gaetano Alfano
(5) THE UNCONNECTED – III Padiglione Internet by Miltos Manetas curated by Francesco Urbano Ragazzi. Oratorio di San Ludovico, Venice. Opening days with the performance “Inde est” by Enrico Ghezzi. Photo by Gaetano Alfan