T30 Paolo Grassino

di Cristina Costanzo

 

Fino al 30 novembre 2019 le sale storiche e la corte di Palazzo Saluzzo Paesana a Torino dialogano con una selezione di opere scelte di Paolo Grassino per ripercorrere con efficacia alcune tappe particolarmente rappresentative della produzione dell’artista. La mostra T30, curata da Lóránd Hegyi e promosssa da Davide Paludetto Arte Contemporanea in collaborazione con l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, è infatti una vera e propria antologica dedicata all’artista torinese che, lungo un percorso distopico mai banale, indaga le contraddizioni dei nostri tempi ricorrendo alla triangolazione controversa tra uomo, storia e natura.

Nelle riflessioni dell’artista è centrale il passaggio di testimone tra passato e futuro, protagonista dell’opera, che apre il percorso espositivo di T30, Analgesia (2012), scenario cupo e surreale in cui diversi cani fanno da guardia a una composizione di carcasse di macchine.

Sulla monumentalità e la materialità delle forme plastiche di Grassino, a tratti ossessive e sempre dense di rimandi alla storia e alla storia dell’arte, incombe l’incerto che spesso si coniuga a elementi misteriosi e di disturbo. È il caso di “Lavoro rende morte” (2019), opera realizzata ad hoc per la mostra che, attraverso la presenza di due figure umane trafitte da una putrella, ricorda le vittime della tragedia consumatasi nel 2007 negli stabilimenti della Thyssenkrupp.

Le creature e le forme ambigue, drammatiche e catartiche, che animano la cultura figurativa di Grassino rappresentano gli antagonismi dei nostri tempi come percezione concreta e materiale delle inquietudini contemporanee, sono le mutevoli stratificazioni del quotidiano, tendenzialmente rassicurante come “Cardiaco” (2006) e “Serie Zero” (2018), figure in ascolto del corpo e della natura, o a tratti minaccioso come “Ciò che resta” (2014), teschio monumentale inerme come un contenitore vuoto, “Deriva” (2007/2011) e “No name” (2014), opere emblematiche della concezione distopica della realtà. E, ancora, coesistono elementi espressivi rigeneranti tratti dal mondo animale come il cervo di “Fiati” (2012) e concrezioni amorfe dagli spiccati risvolti simbolici come “Madre” (2010).

Le visioni ossessive di Grassino, il cui messaggio poetico vive del cortocircuito tra macrocosmo e microcosmo, sono figure plastiche solenni ma cariche di pathos e tensioni, da cui scaturisce una narrazione autentica ed empatica del nostro vissuto incomprensibilmente incerto.