Intervista ad Alessandro Finocchiaro e Giulio Catelli

di Ettore Pinelli

 

Alessandro Finocchiaro (Catania, 1967) e Giulio Catelli (Roma, 1982), sono due pittori che frequentemente si mettono in discussione, attraverso un onesto e sincero dialogo tra le loro opere. Di mostra in mostra, riformulano pensieri, visioni, e  conducono l’osservatore verso una lettura immediata (e non mediata) dell’immagine.

Alessandro e Giulio sono tra i pochi pittori, reduci dalla sempre più rara “esperienza en plein air”, e ciò aggiunge un incisivo valore esperenziale al loro lavoro.

Li abbiamo intervistati in occasione della doppia personale, attiva presso la Galleria Quadrifoglio di Siracusa, a cura di Mario Cucè.

 

La vostra pittura si contraddistingue per una tangibile freschezza ed immediatezza esecutiva, come ci si relaziona con il soggetto e con lo spazio che rappresentate quando non ci sono filtri?

A.F. – In realtà la mia pittura, apparentemente veloce, è spesso frutto di un lungo percorso. Ciò a cui tengo è che il risultato finale mantenga quella scintilla, la stessa che tu chiami freschezza ed immediatezza. Fatta eccezione per i lavori en plein air – che sono inevitabilmente più immediati – la mia è una pittura di memoria, il soggetto rappresentato spesso è ricostruito sulla tela, a metà tra ricordo ed invenzione.

G.C. – Provo una grande gioia nel dipingere senza la mediazione di disegni o foto; può capitare, recentemente sempre più spesso, che me ne serva, ma in ogni caso le immagini seguono una memoria che non è esattamente visiva, quanto piuttosto emotiva. Al soggetto che mi sta di fronte riallaccio consapevolmente e inconsciamente situazioni, associo ricordi, talvolta anche infantili.

Senza un filtro, o un piano prescritto metto in conto l’errore, il fallimento e di rimettermi a lavoro da capo.

 

Dipingere en plein air o dipingere in studio, cosa scegliete primariamente e perché?

A.F. – Dipingere en plein air è bellissimo, ma oggi, almeno per me, non è sempre possibile.

G.C. – In passato ho spesso dipinto en plein air, pratica che richiede, a dispetto dell’opinione comune, una  certa ostinazione e sicuramente una…robusta costituzione. È stato il modo per studiare la pittura in rapporto alle cose, percepirne qualità e relazioni reciproche. Quando mi sono accorto che avevo acquisito dei modi, degli espedienti, ho cominciato a bilanciare la pratica dal vero con quella a studio.

 

Se e come vi relazionate con la fotografia?

A.F. – Mi piace molto. In generale quando ritengo che una foto sia già bella, credo sia inutile provare a ricavarne un dipinto. Nelle rare occasioni in cui ho usato immagini fotografiche, queste erano foto di poca importanza scattate con lo smartphone.

 G.C. – Il mio lavoro può servirsi di fotografie, ma non ha a che fare con una riflessione diretta con il mezzo fotografico; le uso per capire meglio un’inquadratura, approfondire un repertorio che mi interessa. Ne raccolgo ugualmente dai grandi autori, dalla rete e più spesso dal mio smartphone.

 

Da dove nasce la volontà di perseguire questo dialogo attraverso il vostro lavoro?

A.F. – Con Giulio ci siamo conosciuti nel 2007, da allora abbiamo sempre mantenuto percorsi individuali, ma con incontri via via più frequenti. Spesso per mesi non scoprivamo i nostri rispettivi quadri, ma recuperavamo con piacere vedendone tanti nuovi insieme. Per me è l’occasione di esporre a fianco di uno dei migliori pittori oggi in circolazione, questo almeno secondo la mia opinione, e poi, essendo un amico, aggiunge anche il piacere di trascorrere del tempo insieme nei giorni delle mostre. Alla Galleria Quadrifoglio, riguardo l’allestimento, ha deciso molto Mario Cucè (direttore della galleria). Io, reduce da un rocambolesco viaggio con i quadri in auto, mi sono reso conto che la mostra per come l’avevo immaginata, non potesse funzionare, e ho adottato con piacere l’idea di Mario. Lui ha selezionato i dipinti, ha avuto una visione immediata dei quadri nello spazio, dipinti che in gran parte non conosceva fino al giorno prima della vernice. Posso dire di essere molto contento del risultato finale.

G.C. – È stato Guido Giuffrè a farmi conoscere Alessandro, per me che venivo da una tradizione artistica  famigliare a tratti ingombrante, questa nuova amicizia mi ha aperto alle possibilità della pittura in un tempo presente; del suo lavoro mi aveva attirato il riserbo, potrei dire morandiano, la segretezza e la sensibilità  per il colore tenuto basso e rialzato da improvvisi toni chiari e accesi.

La prima mostra insieme l’abbiamo fatta sei anni fa, ed è capitato che, talvolta, venissimo coinvolti in progetti che nascevano come mostre personali.

 

Cosa si trasforma di mostra in mostra nel vostro progetto?

A.F. – Siamo noi che ci trasformiamo.

G.C – Quello di fare delle mostre assieme non è proprio un progetto, si tratta di felici occasioni. Per quel che mi riguarda c’è stata un’esplorazione dei generi e un ripensamento globale della grammatica dell’immagine, più aperta e frastagliata, con un tono del dipinto (generalmente) più luminoso.

 

Vi va di parlarmi dell’ultima esperienza precedente a Siracusa, ovvero “Cats love Birds” da MARS a Milano?

A.F. – “Cats love Birds” è stata una bellissima esperienza, si può trovare documentazione fotografica nel sito di Mars. È uno spazio piccolo e magico, con tanta storia, dieci anni di “nuova” arte in Italia. Io e Giulio avevamo già partecipato a delle mostre in precedenza, prima “Katten Kabinet” e successivamente “PaintersPaintingPainters”, quest’ultima strutturata come una staffetta, in cui gli artisti invitati a partecipare realizzavano dei ritratti a vicenda, mezz’ora di tempo a testa; entrambe sono state a cura di Lorenza Boisi.

G.C. –  Mars è una delle creature di Lorenza Boisi, pensato per gli artisti, e rivolto in larga parte proprio ad essi. Uno spazio d’incontro, dove gli eventi e gli happening, anche giocosi (esempi ne sono “Katten Kabinet” e “PaintersPaintingPainters”) sono sempre inscritti in una dimensione critica e di indagine dei linguaggi, tali da poter essere considerati un possibile modello per alcune gestioni di spazi pubblici, spesso inaccessibili e caotici. W Mars!

 

La vostra pittura si contamina a tal punto che si fa fatica a scandire l’opera dell’uno e dell’altro, cosa mi dite a riguardo?

A.F. – Io non ho questa impressione.

G.C. – In realtà trovo anch’io che ci siano molte differenze. A cominciare dai soggetti: dipingo di preferenza figure, ritratti, talvolta scene variamente omoerotiche e di genere. La pittura di Alessandro la sento anzi quasi come un contrappeso alla mia. Penso che la mostra da Mario Cucè possa illustrare due personalità definite e distinte, anche se esiste un dialogo interno, sulle possibilità della pittura oggi, che attiene ad un piano più generale e non strettamente di poetica.

 

Tra le opere presenti in mostra alla Galleria Quadrifoglio a Siracusa, ci sono alcune provenienti da esperienze specifiche di rapporto con la natura o con la città?

A.F. – Sì, alcuni piccoli quadri e carte vengono dall’esperienza di Landina, a cui abbiamo partecipato nel 2017. Personalmente, da qualche anno, affronto meno i soggetti urbani, forse perché da quando vivo a Collevecchio in Sabina, dalle città sono un po’ più distante.

G.C. – Un criterio che ho seguito per selezionare le opere in mostra è stato fra gli altri, quello di riunire luoghi ed esperienze del vissuto personale; fra queste c’è senz’altro la residenza Landina nel territorio del Verbano Cusio-Ossola, a cui si affiancano altri luoghi e scene più private, ambientate a Morrovalle e Civita Castellana. La relazione con il paesaggio urbano è più complessa, anche se alcuni temi e soggetti mi attraggono, questi compaiono più raramente nel mio lavoro; forse stanno semplicemente maturando lentamente.

 

Mi parlate dell’esperienza di Landina con Lorenza Boisi?

A.F. – Credo sia stata un’esperienza fondamentale per lo sviluppo della nostra pittura. Io non dipingevo en plein air da molto tempo, e non pensavo potesse essere una pratica possibile e affine al mio tipo di lavoro, o quantomeno, per ciò che esso è diventato; Invece, inaspettatamente, mi ha aperto nuovi orizzonti. Sono stati giorni molto belli, durante i quali ho conosciuto nuovi artisti che stimo, con alcuni dei quali mantengo un rapporto di amicizia tutt’ora. Credo che Landina sia oggi una delle esperienze più vive della pittura italiana. Landina è una creatura di Lorenza Boisi, pittrice magnifica e immaginifica, coadiuvata dal grande Andrea Ruschetti di Cars.

G.C. – Landina mi ha permesso di conoscere Lorenza Boisi, una delle figure più interessanti e multiformi della scena attuale. Ho già accennato al suo modo di intendere il contemporaneo quando mi hai chiesto di Mars, anche qui il confronto e lo scambio è alla base di questo progetto di residenza e come sai bene…non è scontato, né dovuto.

Lorenza è un’artista che ha una straordinaria capacità di leggere la pittura (oltre che di farla potentemente in proprio), per me è stato un privilegio essere con lei e con gli altri artisti del gruppo, divenuti subito amici; tre giorni di lietezza e leggerezza come in una lunga colazione sull’erba tra pittori.

 

Prossima tappa del vostro dialogo itinerante?

A.F. – Per adesso non c’è nulla in cantiere. Abbiamo in corso una mostra al Museo Civico di San Rocco a Fusignano, in Romagna, nell’ambito di Selvatico 14, una rassegna sulla pittura a cura di Massimiliano Fabbri. Selvatico si articola come una serie di mini mostre personali, discostandosi così, dalla struttura della mostra collettiva. Giulio ed io dialoghiamo con le fotografie del bombardamento di Cotignola, e quelle dell’alluvione del ’49, con opere di artisti da noi molto distanti, quali: Francesco Verlicchi, Annibale Luigi Bergamini, Raoul Vistoli, ed anche Arcangelo Corelli, di cui Giulio ha esposto un ritratto su carta; Infine, nello spazio articolato del nuovo Museo Civico, le cui ultime tre sale, che affacciano sulla piazza, ospitano i nostri dipinti. La mostra sarà visitabile sino al 12 gennaio 2020, colgo quindi l’occasione per invitarvi a visitarla.

G.C. – Anch’io rimando al Museo Civico di San Rocco di Fusignano e all’impresa di Massimiliano Fabbri! Siamo una coppia più che rodata, sicuramente ci saranno altre occasioni di affettuoso confronto e di nuova pittura.

 

In copertina: Giulio Catelli, Ragazzi che aspettano, 2017, tempera su carta 30×40 cm.