INTERVISTA A FRANCESCO DE PREZZO

di Giuseppe Mendolia  Calella

 

Il lavoro di Francesco De Prezzo oscilla tra creazione e scomposizione: precise regole e componenti ordinati si scontrano/confrontano con l’azione della cancellazione. Una cancellazione che diviene nuovo spazio occupato e occasione di riflessione sia sul fare pittura che sul suo annullamento. Il segno bianco non è horror pleni ma la permanenza di un gesto che genera alterità, nuove possibilità visive, cromatiche e formali.

Ne parliamo meglio con l’artista, in questa intervista, con uno speciale approfondimento sul prossimo progetto espositivo che s’inaugura mercoledì prossimo, 9 Gennaio 2019 (h.19), presso l’artist-run space Tripla di Bologna.

 

Chi è Francesco De Prezzo? Presentati brevemente.

Sono Francesco De Prezzo, sono nato nel 1994, vivo fra Brescia (dove ho lo studio) e Milano.

Quali sono gli artisti che attualmente sono un punto di riferimento importante nella tua ricerca?  

In realtà vari artisti costituiscono per me un punto di riferimento abbastanza notevole. Mi piace pensare che una ricerca possa tenere conto di molti punti di vista differenti, spesso accade che quasi tutti gli artisti che incontri/conosci per forza di cose finiscono per “depositare” un aspetto del loro lavoro nel tuo percorso. Potrei farti  qualche nome che mi viene in mente adesso: Gedi Sibony, Andrew Grassie, Paolo Canevari, Anne Imhof…

Il segno è alla base del tuo lavoro: un segno che occupa uno spazio fisico, quello del supporto, ma che talvolta lo occlude, lo cancella. Puoi parlarcene?

La pittura che ricopre la pittura, una mania che ho da diverso tempo… Nel 2014 mi sono messo a lavorare in studio a dei dipinti che cancellavo con della vernice bianca una volta terminati. Da allora ho portato avanti questa serie di annullamenti che, sostanzialmente, sono una riflessione sul tempo di esecuzione del lavoro pittorico stesso e sulla possibilità di arrivare ad un risultato monocromo o quasi, generato però da una “storia precedente” di scrittura del supporto, da una rappresentazione fedele, più precisa possibile che però a lavoro finito risulta ricoperta sotto lo strato di bianco, quindi non più fruibile da chi guarda.

Come ti rapporti con l’immagine? Marginale o necessaria?

Tanto necessaria quanto marginale. Potrebbe essere una risposta?

Spesso come “spettatore” finisco per non sopportare le immagini a cui siamo sottoposti durante il giorno attraverso i social ecc. e per contrastare l’esigenza/urgenza di promozione e di consumo, di cui le immagini sono spesso investite, sento sempre di più la necessità di creare dei contenuti non fruibili, inutili, lontani da un’estetica iconica o immediata… Sento la necessità di avvicinarmi a qualcosa di sempre più privato… da “archivio”.

Il tuo lavoro in pittura si colloca quindi tra il gesto del fare e il segno del cancellare di cui parlavamo prima…

Esatto, sono due aspetti che convivono: l’attenzione e la meticolosità, la lentezza e all’opposto la distrazione, infine la freschezza della copertura. Legarsi alla natura di una precisa immagine per poi allontanarsi di colpo è una tentazione quotidiana, un esercizio che s’ interroga sul “mito della creazione e della distruzione delle cose.”

Altro elemento importante è il colore… Il segno solitamente è bianco!

Sì, più che un colore il bianco è un elemento funzionale che permette di lavorare bene con gli spazi e i volumi, penso sia anche la tonalità per eccellenza della cancellazione.

Le tue installazioni sono chiaramente legate all’attività pittorica… Parlaci del tuo lavoro con (e nello) spazio.

Negli ultimi anni ho sviluppato un’idea di pittura che fosse sempre più capace di confrontarsi con lo spazio. Nel lavoro installativo cerco di portare in galleria alcuni elementi che solitamente caratterizzano il mio studio, come stracci di cotone, liste di acciaio, ma anche scarti di altri lavori e vario materiale accumulato nel tempo, tentando di creare rapporti/scontri. Più in genere tento di recuperare un confronto relazionale fra oggetto personale e spazio asettico della galleria.

Il 2019 si apre con un progetto espositivo presso Spazio Tripla.

Sì! Tripla è un progetto molto interessante, strettamente concentrato sulla ricerca, gestito da Paolo Bufalini e Filippo Cecconi. Io e Paolo ci siamo conosciuti a Brescia nel 2015 ancora prima che Tripla nascesse come Idea. Ora, a distanza di tempo, inauguriamo “Homeworks”.

Come occuperai i tre grandi display che affacciano su via indipendenza a Bologna?

Ho scelto alcuni lavori nuovi ed altri di qualche anno fa, ma sono sicuro, rivedremo tutto in loco.

Parlando del titolo Homeworks… Mi fa pensare in qualche modo al rapporto di creazione inteso come compito/esercizio, dove l’esecuzione delle opere è dettato da precise regole formali/estetiche, come se si trattasse appunto di un compito con istruzioni prestabilite. Probabilmente questo è un aspetto che in parte rientra in quello che faccio.

… E poi? Che progetti ci sono per il 2019?

Quest’anno passerò del tempo a Berlino. Ho diversi progetti a breve in spazi indipendenti come Tripla e porterò avanti, con attenzione soprattutto cose a cui sto lavorando dall’anno scorso.

Prometto di aggiornarvi!