INTERVISTA A LORENZO DE ANGELIS

Di Chiara Franzò

 

Il lavoro di Lorenzo De Angelis si concentra sull’interazione tra le materie, il linguaggio e l’idea di pittura come mezzo per generare spazio. Nella serie Monopluriplanes utilizzando una matrice, come nel processo di stampa, l’artista trasferisce l’immagine sulla tela che non è concepita, in quanto mero supporto passivo, ma in qualità di superficie in cui annullare il proprio io e allo stesso tempo affermarlo.

Chi è Lorenzo De Angelis? Si presenti brevemente.

Sono nato a Viterbo nel 1989. Vivo e lavoro a Vitorchiano, un paese di provincia in cui trovo la giusta tranquillità per concentrarmi su quello che faccio.

La sua ricerca ha come oggetto la pittura stessa nei suoi aspetti processionali e metodologici. Può parlarcene?

La mia è una pittura che non descrive, è l’antitesi della rappresentazione e della narrazione. Mi interessa lavorare sul linguaggio, esplorarne la sintattica, assecondarlo e forzarlo ad essere altro da sé. Lavoro sulla gestualità, la pennellata, la struttura, le campiture piatte…le mie immagini sono costruite con la combinazione degli elementi basilari e minimali del medium. Mi sembra importante anche fare i conti con le tecnologie, che sono prepotentemente parte delle nostre vite: di frequente faccio studi delle immagini con programmi di disegno digitale prima di iniziare il lavoro e durante l’esecuzione. Tuttavia non lascio che la tecnologia diventi strumento di alienazione, ma solo un mezzo per fare la scelta migliore. E’ la macchina a servizio dell’uomo, non il contrario.

Che rapporto ha con il supporto?

Dedico molto tempo alla preparazione del supporto, strati su strati di pittura bianca fino ad ottenere una situazione asettica. Con esso ho un rapporto di reciprocità: spesso faccio interagire i supporti tra loro, utilizzandone uno come matrice per trasferire la pittura come in un processo di stampa. È chiaro, quindi, che anche un semplice segno risulta dall’influenza reciproca tra la mia azione e ciò che succede quando le due superfici vengono a contatto. In alcuni casi ho, invece, lavorato con la permeabilità della tela, dipingendola su una faccia per vedere il risultato dalla parte opposta. Per coinvolgere attivamente il supporto nel processo cerco spesso dei meccanismi.

Nei Monopluriplanes indaga il tema del vuoto. Che interpretazione da’ allo spazio nei suoi lavori?

Monopluriplanes è una serie su cui lavoro da alcuni anni: lo considero un punto di arrivo rispetto a quanto prodotto in precedenza, tanto da annullarlo. Al tempo stesso è un punto di partenza per il futuro. Nonostante sia andato avanti e abbia prodotto altre immagini, mi sembra che tutto ciò che è successo dopo il Monopluriplanes dipenda, in qualche modo, da quest’ultimo. In studio tengo sempre in vista una o più immagini di questa serie, soprattutto quando devo iniziare un lavoro nuovo, in modo tale che possa riflettere su cosa mantenere e cosa superare. Ciò che più mi interessa è che il vuoto, da cui si parte prima di mettere mano sul supporto, resti il protagonista anche alla fine del processo. Esso diventa spazio, quindi immagine. Georges Perec ha scritto che «[…] lo spazio è ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo […]»: è quello che succede nella mia pittura dal Monopluriplanes in poi.

Cosa o chi l’ha ispirata nella sua ricerca pittorica?

Ci sono cose che entrano a far parte del proprio DNA e le ritrovo nel lavoro. Non mi riferisco soltanto a pittori, ma anche a scrittori, registi ecc. Alcune influenze sono più immediate, altre meno, ma sono ugualmente importanti. In questo momento, ad esempio, sto lavorando a quadri che, per certi aspetti, mi fanno pensare ad alcune opere di Gianni Colombo.

Che progetti ha per il 2019?

Ad aprile, ho una mostra con Manuel Fois, incentrata sull’impatto della tecnologia nelle nostre ricerche, alla LM Gallery Arte Contemporanea di Latina. Sto, inoltre, valutando la possibilità di una permanenza all’estero per lavorare a contatto con altre realtà ed assorbire stimoli nuovi.