R.I.P.ARTIRE

Memories are not memories – life was life will beValentina Colella

a cura di Valerio Dehò | Galleria Amy-D, Milano 

16 Novembre  – 5 Dicembre  2018

recensione di Bianca Basile

 

Dalla pienezza al vuoto: una mancanza abissale, il lutto del compagno, dà inizio, nel 2013, al progetto quinquennale sintetizzato e culminante nella personale “Memories are not memories – life was life will be” per cui l’artista Valentina Colella, dopo un anno di collaborazione con la galleria Amy d Arte Spazio (di Anna D’Ambrosio) ha creato l’opera “Quello che resta”, composta da 2915 carte fine art tagliate a mano, finalista al 19° premio Cairo.

Lo spazio espositivo fa respirare, illuminando ad hoc, ogni opera in un percorso organico che culmina nell’ultima, il climax del legame tra gallerista e artista, nato da un dono: il materiale PERLUX 8300, una vernice nanotech contenente riflessi di luce, dati alla madreperla insita in essa. La donazione, scissa nelle due parole che compongono il termine esprimono l’anima dello spazio espositivo: DONARE (da parte della galleria) AZIONE creativa (da parte dell’artista). Il dono è sempre un materiale nuovo, ecologico, del futuro; l’artista è giovane, sotto i trent’anni, e con una sua personalità che è spronato a esprimere anche “sbagliando”. “Dall’errore si fanno le maggiori scoperte” afferma la gallerista.

Nella sua prima mostra personale Valentina giunge a una resa dei conti, a un punto (che è forse un punto e a capo… si vedrà, dice lei) col suo percorso creativo iniziato con uno STOP esterno, una forma di poiana (specie tipica della regione di origine dell’artista, l’Abruzzo) in volo, ma un volo immobilizzato, sfocato dai pixel della pagina web di Maps, tramite cui l’artista voleva trovare il luogo dell’incidente fatale.

Dal 2013 l’artista zooma e indaga questa forma attraverso varie tecniche: pittura, incisione su carta, lavoro digitale. Questo continuo cambio di medium, mi spiega, caratterizza tutta la sua produzione poiché ogni opera rappresenta per lei un momento della sua vita, ognuno diverso dall’altro, aggiunge: “Vorrei che si trasmettesse tale e quale la qualità del momento che descrivo anche tra 100 anni”. La durata di quel momento, di quell’attimo è inversamente proporzionale quindi, al tempo di lettura dell’opera (da qui anche la scelta di materiali duraturi) e al tempo di realizzazione di questa: l’esempio massimo sono le 14 ore al giorno di lavoro per 480 giorni che hanno portato all’ultima opera. Questo tempo sembra dilatarsi ancora poiché in esso sono inclusi i dialoghi con poche persone interne ed esterne al mondo artistico (la gallerista, la madre), scambi finalizzati a verificare che il suo messaggio, che è anche il racconto della sua esperienza-archetipo della perdita, stesse passando attraverso il corretto canale di comunicazione. L’ultima opera è paradigmatica anche di tutto il lavoro artistico-esperienziale del progetto che l’artista tiene definire quale “processo”: la perdita, lo scavo metodico (l’intaglio) di sé, la contrazione (lo sguardo/tocco finale e la condivisione) e infine il salto, o meglio, il volo verso altre frontiere, con la liberazione dal peso della paura che solo chi è sopravvissuto può aspirare ad avere e quindi a trasmettere agli altri, donandosi. Il dono è paradigmatico di questo “processo” che coinvolge l’artista in prima persona, la sua arte, chi la ospita e chi ne gode. Gli alberi in basso a destra (una faggeta) sono del colore della cenere: “Lì dentro c’è un morto”, c’è “Quello che resta” – tutto quello che l’artista ha scavato nella carta e in sé – da tutte le forme di poiana scavate, indagate, definite ma mai visibili appieno. Finalmente dal bosco la poiana, quasi fenice, riemerge pienamente riconoscibile, dalle (anche) sue ceneri, riassumendo in sé tutte le indagini pluri-materiche che l’avevano indagata senza mai coglierla del tutto. “R.I.P.”, la lapide diventa rampa di partenza.

Ph Daniele Cruciani / Bianca Basile