Carla Accardi
Sequenze di un rapporto con il Sud

di Giulia Crisci

Nessuno strillone, che Carla Accardi si sia spenta da pochi giorni a Roma ormai lo abbiamo letto su tutti i giornali, riviste specializzate e non. Qui qualche riflessione su un’artista che ci è cara, non solo per comune appartenenza ad uno stesso luogo.
Accardi ha saputo creare metonimiche partiture, i cui i grafemi bastano a se stessi , nell’intenzione di restituire l’impulso vitale del mondo. I suoi segni si contorcono tra pieni e vuoti, si aggrovigliano e ritagliano uno spazio in levare. Essi sono il risultato della sottrazione, la sottrazione da una dimensione fisica instabile che ha perso qualsiasi pretesa prospettica, qualsiasi cornice e che superando la rigidità della tela e del muro si fa layout di un pensiero mobile. L’artista trapanese ha abbattuto le gerarchie formali, nel desiderio di libertà espressiva contro un’eteronomia del fare artistico, cifra delle esperienze d’avanguardia e del gruppo Forma 1, che nel 1947 fonda insieme a Sanfilippo, Turcato, Attardi, Dorazio, Perilli e Consagra.
Mi siedo di fronte ai cinque pannelli in maiolica colorata, sotto al porticato della piazza del Municipio di Gibellina Nuova. Carla Accardi a proposito di quest’opera racconta in un’intervista di aver collaborato alla ricostruzione della città incoraggiata da Consagra, che lì stava lavorando, e mossa dalla stima per Ludovico Corrao, autore dell’utopico progetto per una Gibellina fatta ad arte. “Eravamo pieni di speranza, pieni di entusiamo. Volevamo cambiare, rinnovare, costruire un paese nuovo con le opere d’arte”(1). Altre parole sono dedicate ai giovani straordinari e appassionati incontrati in città, che volevano aprire un laboratorio di ceramica e con i quali ha realizzato quattro dei cinque pannelli.
Davanti a queste maioliche mi torna in mente la struttura intesa alla maniera di Lévi-Strauss, umana costante che torna a riprodursi. Penso ai segni che formano la trama dell’epidermide, costruita per se stessa, che senza particolare intenzione lascia però trasparire natura e vissuto. C’è ritmo e interferenza, la stessa che c’è tra arte ed esistenza, c’è la luce riflessa e trasparenza. La trasparenza, lei stessa racconta, l’ha sempre affascinata, il rimando è al sale delle Saline di Trapani, di cui la madre era in parte proprietaria.
Ultimo pensiero va a Carla impegnata nella lotta femminista, che insieme ad un’altra Carla, Lonzi, e a Elvira Banotti scrive nel 1970 il “Manifesto di Rivolta femminile”. Sottolinea l’inesistenza della parità e l’innegabilità della differenza, di cui però rifiuta di farne bandiera.
L’ideologia, l’origine, l’appartenenza non sono parte della sua grammatica pittorica, sono piuttosto sottotesto inevitabile.

La vita non è sempre facile o bella. Solo attraverso la nozione della notte conosco il giorno o attraverso la nozione di freddo conosco il caldo. Questi contrasti li esprimo nella mia pittura sovrapponendo il nero al bianco, o mettendo un circolo vicino ad una forma contrastante. Voglio esprimere l’armonia che esiste quando un essere animato volge ciechi occhi verso il calore e il sole, e dà segno di vita. Cerco di rispecchiare l’energia primordiale e i contrasti violenti della vita stessa. Le forme che appaiono nella mia pittura non derivano nulla dal mondo visibile o tattile, la mia opera non è astratta e tuttavia esprime solo idee ed è del tutto non rappresentativa. Dipingo semplicemente un ritratto simbolico della vita come la vedo io, con le sue lotte, le sue gioie, le sue miserie e le sue sconfitte”(2).

_________________

(1) C. Accardi intervista del giugno 2002 in E. Cristallini, M. Fabbri, A. Greco, Gibellina nata dall’arte una città per una società estetica, Gengemi, Roma , 2005, p. 77

(2) Carla Accardi, catalogo della mostra presso Ludwigshafen e Wolfsburg , 1995-1996, Charta, Milano, 1995, p. 55

(1)

(2)

(3)

(1)/(3) Carla Accardi, Senza titolo, 1989, Gibellina Piazza 15 gennaio 1968 , Ph Marco Pugliese.