INTERVISTA A SEBASTIANO BOTTARO

di Eliana Vasta

Sebastiano Bottaro nasce in Sicilia nel 1993, nella splendida città barocca di Noto, dopo gli studi artistici si trasferisce a Roma, dove consegue il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti. La sua ricerca artistica verte sulle costruzioni di parallelepipedi: facendo coincidere il piano temporale con quello spaziale. Attualmente lo vediamo coinvolto nella sua prima personale romana al CityLab 971, nei locali della galleria Blue Hole Art Gallery.

 

Parlaci brevemente di te.

Sono nato a Noto (93) ed ho vissuto a Palazzolo Acreide, un piccolo borgo quasi interamente in stile barocco nella provincia di Siracusa, fino all’età di 20 anni, dove mi sono diplomato nel liceo artistico del paese. Tuttora vivo e lavoro a Roma dove ho conseguito il diploma in pittura, all’ Accademia di Belle Arti.

 

 Nella tua produzione artistica le costruzioni sono esclusivamente parallelepipedi: quale significato hanno? 

I parallelepipedi sono dei costrutti che nascono da delle riflessioni sulle metafore spaziali. È un tentativo di dare spazio alla a-temporalità del gesto che diventa tale nella sua esecuzione. Nell’analisi di questa geometria e nella sua disposizione trovo il modo di giustapporre il pensiero che si basa su delle coordinate precise, si elevano su più piani richiamando il pensiero di sopra e sotto, stanno in equilibrio e si giocano la sua finitezza.

 

 Quanto è importante per te sperimentare diverse tecniche?

Per sperimentare delle tecniche c’è bisogno di rigore scientifico; ne ho studiate molte e credo che ogni artista debba avere un bagaglio ampio poiché all’ occorrenza tutte si rivelano utili. La sperimentazione delle tecniche deve giustificare la ricerca estetica e poetica. Per tecnica intendo la capacità di poter esprimere il mio lavoro su più esperienze, subordinando la tecnica alla ricerca. Lo faccio cercando di ideare delle performance e delle installazioni pittoriche dove emerga la ricerca e non imploda in sé stessa. Questo è possibile se si fa esperienza della tecnica.

 

La tua ricerca estetica trae spunto dallo studio di discipline come la fisica, la filosofia, la neuroscienza. Cos’è che le lega alla tua arte?

Sono tutte delle discipline legate da diversi studi comuni, uno di questi è il tempo. Ho trovato nel loro studio le motivazioni e le ragioni per poter dare valore alla mia ricerca. Ho sempre delle domande e alla fine le risposte migliori le trovo sempre su questi generi di libri: mi danno la possibilità di continuare la mia ricerca.  Il libro del Fisico prof. Carlo Rovelli, “L’ordine del tempo” è uno di quei testi dove dentro ho trovato tanto materiale su cui lavorare. Lo stesso nei testi del professor Damasio, neuroscenziato, dove si parla di evoluzione e di immagine e di quanto siano legate. Per quanto riguarda la filosofia è parte integrante delle riflessioni sui lavori, non posso fare a meno di ignorare pensieri su tempo ed essere che cercano di dislocarsi su un tema tanto utopico e pragmatico. Sono delle discipline legate dalla verità.

 

Che cosa rappresenta per te il “segno” e il “tempo” nella tua ricerca?

Sono i due coefficienti fondamentali su cui ruota tutta la ricerca, entrambi cercano di avere la meglio sull’altro. Il gesto proietta di seguito il segno che è testimone ultimo del nostro passaggio dell’essere nell’esistenza. Quest’ultima è racchiusa in un “time frame” che è la nostra vita, quindi la possibilità di segnare il tempo si fa limitata dallo stesso “time frame”. Questa cosa mi affascina. C’è una forte   considerazione tragica della morte, uso tragica nel senso più “Greco” possibile. Dopo la morte non si ha più la possibilità di agire.

 

Dopo la residenza estiva a Rotterdam, sei presente al Citylab 971, nei locali della galleria Blue Hole Art Gallery, con la tua prima personale romana “Eo/hoc ipso tempore”, puoi parlarci meglio di questo progetto?

Valentina Ferrari è la promotrice del progetto Blue Hole Art Gallery. Ci conosciamo da molto, e quando mi ha proposto lo spazio espositivo di 300mq mi sono venute in mente un sacco di opzioni diverse, da installazioni ad una performance che avrebbe generato delle opere; alla fine ho deciso di portare qualcosa che rappresentasse la mia prima fase di ricerca: quella legata alla pittura.“Eo/hoc ipso tempore” è una serie di dodici opere pittoriche (ognuna da 150cm x 200cm) il cui titolo è la sintesi di due frasi idiomatiche a seconda che si usi il dimostrativo Eo – che esprime lontananza, “quel” – o con l’altro dimostrativo Hoc – che esprime vicinanza, “questo”. Eo ipso tempore vorrà dire dunque “proprio allora, a quel tempo”; mentre hoc ipso tempore vuol dire “proprio in questo momento”. Come dice Ruggero Barberi, il curatore della mostra, si tratta di un titolo che rende efficacemente l’idea di congiunzione in un unico orizzonte temporale che i lavori danno.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho cominciato a lavorare su dei nuovi lavori, in particolare mi sto concentrando nel processo di sedimentazione del tempo su supporti che in seguito segnerò. È un lavoro che si reifica ed avviene nel tempo. Per il resto sto mettendo insieme delle idee da proporre a delle gallerie che ho particolarmente a cuore per attitudine e per la loro impronta stilistica nella selezione degli artisti che rappresentano nella città di Roma. Sono profondamente legato a questa città: qui trovo più di ogni altro dove l’attrito che riesce a fare la storia, nella sua fattezza, al tempo.