INTERVISTA ALFIO BONANNO

di Vittoria Tropea

 

Alfio Bonanno, originario di Milo e oggi cittadino Danese, è uno dei massimi esponenti a livello mondiale della Land art, perfetta espressione del connubio tra arte e natura. Le sue opere, generalmente site specific, sono state anche portatrici di messaggi forti su problemi sociali di massima importanza. In occasione della mostra “Utòpia, singolare femminile”, in collaborazione con la Fondazione Oelle, inaugurata presso l’hotel Four Points by Sheraton di Catania giorno 9 novembre 2018, l’artista ha condiviso con noi le sue esperienze personali del suo percorso artistico, strettamente legato alle sue origini siciliane.

 

Alfio Bonanno with his Three Sentinels 2016 Nizza Di Sicilia. Foto Steffen Jensen.

 

Cosa l’ha portata (un incontro, una persona, un’intuizione ecc) ad avvicinarsi alla land art?

Lavorare con la natura mi ha sempre affascinato. Il perché forse è dato dal fatto che i miei genitori erano contadini. All’ età di 4 anni e mezzo ci siamo traferiti in Australia e, di conseguenza, ho avuto l’opportunità di entrare in contatto, sin dalla tenera età, con più scenari ambientali, da quello siciliano alle zone tropicali australiane disegnando ciò che maggiormente catturava la mia attenzione.

Cosa pensa del binomio arte-natura?

Questo binomio è il cardine del movimento arte-natura, di cui io faccio parte e nato successivamente a quello della land art. Molti pensano che questo movimento venga sintetizzato con l’immagine di una scultura immersa nella natura. Secondo il mio punto di vista, invece, quando si parla di arte-natura si parla di una collaborazione tra l’arte, l’uomo e l’ambiente. La natura ci sorprende sempre, ha sempre qualcosa da raccontare, e attraverso l’arte può diventare un efficace strumento per trattare anche scottanti temi sociali come quello del cambiamento climatico dovuto all’eccessivo inquinamento di CO2, argomento dominante della conferenza tenutasi a Copenaghen nel 2009 di cui sono orgoglioso di dire di avervi preso parte, realizzando un cubo di 8,2 metri/cubi che rappresentava una tonnellata di inquinamento che ognuno di noi manda in atmosfera ogni mese.

In che modo i ricordi della terra natia ritornano nelle sue opere?

I ricordi, come gli elementi della mia terra d’origine, mi apparterranno per sempre, sono dentro di me. Viaggio molto col mio lavoro vivendo esperienze fantastiche in altri paesaggi, ma non dimentico le mie origini, il luogo in cui sono nato. È da un po’ di tempo che sono diventato cittadino danese, ma negli ultimi 4 anni vado di più in Sicilia. Da poco ho incominciato a fare lì dei lavori e ciò mi rende felice perché posso approfondire e amare maggiormente le mie origini.

Ci racconti della sua opera “Memorie di Etna”.

Dopo essere tornato in Sicilia ho avuto modo di scoprire quegli elementi che erano tipicamente, per me, locali e che esprimevano l’identità siciliana. Da questa mia ricerca è nata una serie di opere. Uno dei pezzi più forti è stato il tavolo (con tanto di piatti, frutta, posate e un giacchino) ricoperto di polvere lavica che è stato esposto alla mostra della fondazione Radice Pura. Sono davvero contento che il progetto, che per me è pura testimonianza dell’identità della storia siciliana, sia stato apprezzato talmente tanto dalla Fondazione Oelle da essere acquisito nella sua collezione. Non sono soltanto “Memorie di Etna”, ma memorie di tutti coloro che hanno lavorato duramente la terra, i contadini, come i miei genitori. Questo lavoro è un omaggio a loro e ciò mi ha emozionato tantissimo.

A quale delle sue opere lei è particolarmente affezionato e perché?

Non vi è un’opera in particolare, sono legato a molti dei miei lavori. Sicuramente “Memorie di Etna” mi suscita emozioni molto personali che si fondono col voler rendere una piccola quantità di identità delle mie origini e della storia etnea, siciliana. Mi hanno detto che oggi per alcuni si è un po’ spento l’entusiasmo nei confronti dell’Etna e che in tanti ormai lavorano a contatto col vulcano, tanto da sembrare quasi una cosa normale. Ma non è così, e nonostante a volte sia pericoloso è il nostro emblema. Riusciresti a immaginare una Sicilia senza vulcano? È un elemento di identità fortissima.

Ha in mente un nuovo progetto? Può darci qualche piccola anticipazione?

Con la Fondazione Oelle, dopo aver visto, apprezzato e comprato la mia opera, è nato un rapporto di amicizia e di collaborazione che prevederà una masterclass guidata da me e assistita dall’organizzazione, presso l’Etna, i primi di aprile. Per il resto vi sono tante idee, ma è presto per dirlo. Si parla di tante collaborazioni e durante la masterclass, quando sarò a lavorare con i giovani sull’Etna, sicuramente nascerà qualcosa. Sono felicissimo di aver riallaciato questo rapporto con la mia terra d’origine.