Intervista a Giovanni Blanco

di Ettore Pinelli

 

Giovanni Blanco, classe 1980, è nato a Ragusa, vive e lavora a Modica e a Bologna.

La sua ricerca ruota attorno alla pittura, medium che utilizza di progetto in progetto, conducendo il suo lavoro attraverso cicli narrativi ampiamente diversificati. Giovanni è un artista “poliedrico”, capace di mantenere un sottile filo conduttore attorno alle opere ed i concetti.

Lo abbiamo intervistato in occasione della chiusura della sua mostra personale “Le cose mosse dallo stesso vento”, a cura di Mario Cucè, presso la Galleria Quadrifoglio Arte Contemporanea di Siracusa, un progetto singolare, dal taglio riflessivo e provocatorio, “metafora sull’arte come riscatto dell’esistenza”.

 

Chi è Giovanni Blanco? Presentati brevemente

Una persona capace di impastare le contraddizioni senza cambiare il timbro vocale.

 

Tu parli di pittura come mezzo catalizzatore dell’esperienza, che valore ha nella tua ricerca?

Nel tempo mi sono reso conto che la pittura non è solo un linguaggio espressivo, con tutte le qualità e le valenze che si porta dietro (antropologiche, spirituali, storiche, ecc.), ma anche un luogo. Un luogo che sa far convergere al suo interno sentimento e poesia, esperienza e fallimento, vicinanza e attrito.

In altre parole, l’esperienza, sorta di termometro della vita dell’individuo, è ciò che scuote e articola la visione. Quando questa fa ingresso, premendo dentro di me, non posso far altro che nominarla e incarnarla attraverso la pratica della pittura. Diversamente, ogni atto del dipingere risulterebbe un gesto vuoto, narcisistico e privo di mordente.

 

Che rapporto hai con lo spazio che accoglie ogni tuo progetto?

Partendo dal presupposto che ogni parola assume un certo significato solo se ad essa vi è la complicità progressiva delle altre, perfino del silenzio e del luogo in cui ciò avviene, e tenendo conto del moto, della cura e del mistero che anima lo sviluppo del pensiero, per farsi corpo e mondo, penso che tutto questo riguardi anche il fare pittura. Ovvero, stabilire un patto con lo spazio, avendo cura delle presenze e delle voci in esso contenute, affinché ogni opera possa risuonare al meglio, allargando il proprio portato espressivo.

Per restare ancora in tema di spazio, lo studio dove lavoro è da me concepito come un grande porto dove le navi vanno e vengono (idee, materiali, fallimenti e visioni), una zona indefinita e potenziale dove si sta sempre in transito, sospesi, senza alcuna certezza, perché costituita da forze e aspettative che solo durante la fase di ideazione del progetto, che tiene inevitabilmente conto della natura dello spazio espositivo, acquisteranno senso.

 

Nelle tue immagini si evince un dualismo dettato da fedeltà rappresentativa e il suo tradimento, che cosa vuol dire oggi per te generare un’immagine che porti in sé questi valori?

Io non so nulla delle immagini, delle mie immagini, se non quando il rapporto col pensiero, più precisamente con l’idea, e il fare stesso cortocircuitano. L’ambiguità che contraddistingue il mio lavoro è il segnale di una crisi continua con il reale, con ciò che vivo e tento di decifrare. Accade un’operazione di ricerca, di decodifica e di discernimento che faccio senza pormi limiti linguistici e stilistici. Ho imparato con gli anni a trovare un ordine, seppure rinunciando talvolta ad esiti convincenti, per un tentativo di educare il caos e l’indistinto che, manco a dirlo, non perdono occasione per generare dubbi e ferite.

Così la mia pittura si presenta sfaccettata e rizomatica, indifferente alle dinamiche dello stile e del mercato: mi piace paragonarla alla figura del poliedro, che può essere costruito a partire da sviluppi di piani differenti che mostrano di sé non una, ma più facce contemporaneamente, date dall’insieme dei poligoni presenti in cui l’immagine, per dirla con Deleuze, conquista un valore di “differenza e ripetizione”.

 

Quest’anno hai mosso la tua base da Bologna a Modica, quali energie hai trovato in questo territorio?

Dopo aver vissuto per vent’anni a Bologna, ho sentito la necessità di un cambiamento nella mia vita, radicale e prospettico. Vivo da sei mesi a Modica e, per quanto la conoscessi già, sia pure nei termini di relazioni con alcuni amici presenti in questo territorio, sto trovando altri stimoli e nuova energia. Un bel modo per “rialfabetizzare” il mio sguardo, il mio rapporto con le cose, col tempo che, inevitabilmente, ha già apparecchiato sul tavolo della mia esistenza la presenza fondativa della originarietà di questa terra.

Tuttavia, non è ancora tempo per fare altre considerazioni e bilanci.

 

Nel tuo ultimo progetto “Le cose mosse dallo stesso vento”, una scimmia pittrice e una scimmia collezionista fungono da anticamera per una riflessione attorno al ruolo del pittore, me ne parli?

La presenza delle scimmie in questa ultima mostra a Siracusa viene da molto lontano.

Già Chardin nel Settecento le aveva dipinte, scagliandosi contro le istanze culturali e le abitudini di certa borghesia e aristocrazia a lui contemporanee, innescando così una riflessione ancora oggi aperta: ovvero, quella sul ruolo del pittore e del collezionista nei confronti della società.

Un altro riferimento arriva dalla lettura del saggio di Jean Starobinski Ritratto dell’artista da saltimbanco, in cui si parla dell’artista che, a partire dal Romanticismo, si identifica nelle immagini iperboliche e volutamente deformanti del buffone, del saltimbanco e, aggiungo io, della scimmia, indossando una maschera ironica e crudele per parlare della condizione dell’arte e dell’artista.

Così anch’io ho usato le “stampelle” della metafora, per spingere un po’ più in là il mio senso di inquietudine nei confronti di un fare e di un pensare ancora oggi ritenuti superflui.

 

Quindici anni di lavoro e di progetti invadono lo sguardo attraverso una grande quadreria, perché hai scelto questo tipo di allestimento?

La quadreria Le cose mosse dallo stesso vento è per me un dispositivo storico che indica le possibilità di come lo spazio diventi un luogo ideale, simbolico, in cui si processano e si condensano esperienze diverse.

Le settantasette opere riunite dentro il rettangolo rosso (perlopiù studi e bozzetti, fallimenti e qualche opera estratta da mostre precedenti), mi permette di ragionare su più livelli: abbattere la gerarchia tra le parti, in quanto ogni forma mostra il proprio volto senza prevaricare ed essere prevaricata dalle altre; riunire quindici anni di lavoro in un solo gesto, per rinnovare lo sguardo critico sul percorso fatto, senza nessuna intenzione di antologizzarmi, in quanto considero il lavoro della quadreria un’unica opera, una sola voce plurale.

 

Hai progetti futuri? Cosa farai durante quest’anno?

In cantiere ci sono diverse cose a cui attualmente mi sto dedicando. È mia abitudine lavorare contemporaneamente a più progetti, per uno scambio di forze e una trasversalità di linguaggi che mi aiutano ad avere un atteggiamento più vigile e critico.

Posso dirti che in questi mesi sto portando avanti tre progetti che parleranno: uno del disegno, l’altro del mio ritorno siciliano, immaginandomi come uno di quei pittori viaggiatori del Grand Tour e l’ultimo è incentrato sulla memoria di una visita fatta da piccolo con i miei genitori allo zoo di Paternò, luogo oggi non più esistente.

 

In copertina: Quadreria, Le cose mosse dallo stesso vento, dimensioni variabili, 2003-2018.

Crediti Fotografici: Giovanni Blanco