Intervista ad Alan Borguet

di Bianca Basile

 

Alan Borguet, classe 1988, milanese, parte dal writing per approdare all’arte segnica, rielaborando in un proprio, binario linguaggio quello dei grandi maestri contemporanei italiani. Collabora con Federico Montagna (leggi anche la sua intervista), ideatore di una galleria virtuale su Instagram: Artoday, che fa conoscere nuovi artisti emergenti nell’ambito del contemporaneo. L’artista e il curatore lavorano insieme in occasione del terzo appuntamento del progetto espositivo The Wall Project (dopo Manuel Fois a settembre/ottobre e Alina Vergnano a novembre 2018), allestito con la designer tedesca Myriam Kühne-Rauner presso la galleria Angelo della Pergola 1. Il progetto mira a portare l’arte contemporanea dal web al live, focalizzandosi sul tema della fruizione.

 

Potresti raccontarmi la tua storia stilistica?

È il caso, o meglio, il flusso che ha da sempre governato il mio percorso sia biografico sia artistico. Più che un creatore mi sento io stesso un “medium” attraverso cui una forza creativa esterna si esprime. Ed esprimerla è quasi una necessità biologica: non dormo la notte se ho in mente un’idea che non è ancora messa a punto come progetto. L’incontro stesso con Federico Montagna, curatore del progetto The Wall, è stato come dettato dall’alto: abbiamo scoperto quasi per caso di essere nati nello stesso paese, quando entrambi avevano già intrapreso la nostra carriera nel mondo dell’arte. Così è successo anche con la mia inclusione, avvenuta nel 2015 e ancora attuale, all’interno del Circolo dei poeti, gruppo variegato di artisti che collabora con la casa di moda Etro. Prima di questa ho portato il mio contributo anche alle case di Fratelli Rossetti e di Safe Milano.

Anche il passaggio dal Writing alla pittura non è stato premeditato: la rampa di lancio della mia arte è stata il muro, o meglio, una serie di muri legali per atterrare poi alla comprensione della necessità di un supporto fisso. Il primo è stato la carta, in piccolissimi fogli, lavorando con la lente d’ingrandimento e l’inchiostro di china dal 2012 al 2015. Il risultato è stato il sold-out di tutte e 14 le carte prodotte, alla mia prima mostra personale, nel 2015. Il secondo, la tela, è stato dato dall’incontro con l’arte contemporanea e in particolare con quella segnica di Carla Accardi ma anche di Antonio Sanfilippo e di Alighiero Boetti. Quest’ultimo è il modello più lontano da me, dal punto di vista propriamente estetico, ma è il primo ad essermi associato per la mia ultima produzione: i monocromi. Abbiamo però fatto un salto, poiché l’avvicinamento all’arte segnica ha avuto come effetto anche l’impiego di opere polimateriche tra le più varie, di cui l’esempio più eclatante è il supporto in cemento e il segno in polvere di ferro ossidata.

In particolare, da dove nasce la scelta del monocromo e dell’arte segnica? Ha una storia l’alfabeto che utilizzi?

In realtà nel mio repertorio vi sono due tipi di segni: il primo corrisponde proprio a un alfabeto privato in cui sono trascritte citazioni, frasi che sono (state) importanti nella mia vita ed è legato alla produzione polimaterica; il secondo invece è più un tratto istintivo, meno calcolato ed è proprio del body-painting e dei monocromi.

Per quanto riguarda il primo lascio che la curiosità permei il pubblico e non rivelo la frase nascosta nell’opera finché questa non è stata acquistata o finché chi è interessato non lo chieda direttamente. Siamo troppo abituati alla fruizione pubblicitaria, legata alla cosiddetta “Legge dei 46 secondi”, all’interno dei quali deve essere riferito l’intero messaggio. L’arte ha sempre, per me, un contenuto che dev’essere trasmesso, un dialogo che impegna tanto chi comunica quanto chi riceve; perciò mi piace creare un po’ di attesa, accendere l’interesse e lo scambio.

Il secondo linguaggio invece è dettato puramente dal flusso. Il paragone che sorge immediatamente è Carla Accardi: puntualizzava di non ascoltare mai la musica mentre lavorava perché la musica la faceva lei stessa. È il linguaggio che caratterizza l’opera esposta per “The Wall No.3”, cioè “Tramite luce”: un flusso di forme astratte dettato dall’equilibrio tra pieno e vuoto, i cui segni rilevati dividono la luce sulla tela liscia.

Per quanto riguarda la scelta del monocromo mi avvalgo della citazione di Boetti, il quale sosteneva che dare spazio a un solo colore significasse omaggiarlo: “ogni colore ha la sua personalità”.

Come ti sei inserito nel fil rouge di The Wall Project? (Cause esterne e conseguenze stilistiche)

Le circostanze fluide dell’incontro sono già state chiarite. Mentre è importante evidenziare il lavoro di squadra sotteso alla mostra. Il passato da writer mi ha lasciato la forte consapevolezza che ambiente e opera sono unite da un connubio fondamentale. Quindi, insieme a Federico, abbiamo scelto tra tutte le opere realizzate quella che si adattasse meglio al luogo d’esposizione: la galleria “Angelo della Pergola 1” a Milano. Il colore bianco della parete, il faretto puntato sul dipinto sono elementi che ci hanno guidato nella scelta dell’opera da esporre. Abbiamo scelto quella che sfruttasse al meglio la luce: l’oro chiaro di “Tramite-luce”, lo dice il nome stesso, è naturalmente apparso come il più adatto. Questa scelta è stata funzionale anche alla ricerca del rapporto col il pubblico. La luce parte dal faretto per rimbalzare sulla tela e arrivare all’occhio dello spettatore che subisce “l’inganno visivo” dell’opera. Questa si presenta inizialmente come monocromo per poi rivelarsi, all’avvicinarsi del pubblico, quale opera in rilievo. I segni che non erano visibili da lontano, risultano sopraelevati di 4 mm rispetto alla superficie della tela liscia. Tracciati con la colla e la sabbia, in un’operazione che si ripete strato per strato, vengono infine coperti dal colore acrilico. È quasi come se quest’oro brillante toccasse la retina dello spettatore e si ritirasse, invitandolo ad avvicinarsi, a toccare l’opera a sua volta. Infatti, l’opera si deve toccare! Di comune accordo col progetto di Artoday, il mio intento è quello di coinvolgere davvero e dal vivo chi guarda, a costo di coinvolgere un altro dei cinque sensi e, in particolare quello più taboo nel mondo dell’arte visiva: il tatto. Con il rilievo l’opera fa come un passo verso lo spettatore, invitandolo a fare altrettanto.

Cosa ne pensi dell’arte tra web e live? In quanto medium e gli effetti sul messaggio

Il web è un’arma a doppio taglio. Oggi il tempo di fruizione di un’opera d’arte, l’abbiamo già evidenziato, tende ad essere omologato a quello di qualsiasi altro messaggio visivo. Condivido pienamente il progetto di Artoday: riportare l’attenzione dal virtuale al reale, far lievitare l’interesse per l’arte a livello di quello per il calcio. L’essere online per l’arte coincide con una grande arma, che però risulta anche molto pericolosa. La grande qualità del web è la realizzazione della sua etimologia: la rete di contatti che può creare, preziosissima per gli artisti e lo affermo per esperienza. Il suo rischio è la banalizzazione dell’arte perché il contatto online con l’opera subisce la parzialità che il medium comporta, sia nella fruizione in sé che nella durata di essa, ontologicamente molto rapida.

Cosa vedi in futuro? Per questo tipo di rapporto (arte tra web e live) e per il tuo lavoro? Hai già dei nuovi progetti?

Credo che questo progetto, così come il lavoro di Federico Montagna e delle piattaforme come la vostra siano esattamente la strada da percorrere, il giusto modo di usare il web. Si deve tenere presente che questo è sempre un mezzo, non il fine. È uno strumento molto utile, se usato con attenzione, per fare gruppo in nome dell’arte, creando luoghi d’incontro e di confronto tra gli artisti. Può costituire anche un ottimo medium per invitare il pubblico (soprattutto il non-pubblico) a conoscere l’arte, per avvicinarlo ad essa fino al contatto, allo scambio, alla tangenza di esperienze, perché l’arte è pur sempre un linguaggio. I miei progetti futuri riguardano l’arte concettuale e il linguaggio dei materiali, ma non voglio fare spoiler.

Ph. Adriano Blarasin