Agrigentérotique

parce que la vie n’est pas esthétique 

di Salvo Barone, Momò Calascibetta, Alfonso Siracusa

a cura di Dario Orphée La Mendola 

Mezzo secolo dopo la frana di Agrigento, una mostra a cura di Dario Orphée La Mendola ricorda la tragedia. Tre opere site-specific, dai titoli in latino, che possono essere “lette” singolarmente o come scene di un’unica opera teatrale, offrono un’indagine su quanto accaduto nella città dei Templi nel corso del Novecento, dalla devastazione urbana all’eredità contemporanea.

Esse, similmente a persone cui è stata violata la serenità domestica, verranno “accolte”, cioè esposte, presso la Farm di Favara, dimostratasi favorevole al progetto, con un mese di anticipo rispetto alla data dell’anniversario, e inaugurate simbolicamente il 19 luglio.

La mostra, fondamentalmente sperimentale, e che si ispira ai principi della permacultura, sarà intramezzata da differenti iniziative: da esposizioni private a improvvise installazioni urbane temporanee, senza un termine preciso e con una programmazione in costante aggiornamento. Ciò accadrà soprattutto per avviare un processo di allontanamento dalle regole imposte dal sistema dell’arte contemporanea, oggi purtroppo non in grado di ironizzare su stessa. Il titolo della mostra, invece, trae spunto dal mito di Eros e da una diceria locale, il cui significato sarà svelato oralmente nel corso degli appuntamenti.

Le opere esposte alla Farm sono riproduzioni degli originali esposte in appositi allestimenti installativi, che rendono il fruitore parte integrante dell’opera e che dialogano con l’atmosfera circostante (le opere originali, essendo delicate, potranno essere fruiti a richiesta o nelle mostre al chiuso), accompagnate da una prosa di Dario Orphée La Mendola.

Nei dettagli. Salvo Barone, in “Obstupesco”, ha illustrato due donne e un uomo in atteggiamento smarrito, come se fossero stati appena sfollati e desiderassero comprendere il loro destino, e involontariamente facenti parte di un ipotetico appartamento franato. Momò Calascibetta, in “Cui prodest”, analizza l’inettitudine dell’artista contemporaneo al tempo della speculazione edilizia, il cui sforzo non è mai stato all’altezza di produrre opere che potessero fronteggiare il potere. Alfonso Siracusa, in “Error communis” strappa e modifica una frase dalla celebre inchiesta Martuscelli, redendola un dialogo tra due protagonisti della frana e della città, sotto l’influsso di simbologie riattualizzate, tratte da un antico disegno alchemico.

Contributi dell’iniziativa sono le opere multimediali. La grafica della mostra, intitolata “De gustibus non est disputandum’’, realizzata da Giuseppe Miccichè, fissa con degli elementi grotteschi, e mediante una soluzione minimalista, un elemento allegorico dell’architettura contemporanea, il quale, pur nella libera interpretazione, sintetizza quanto accaduto in quel triste luglio del 1966. Nell’animazione “Quisque faber fortunae suae”, Elìa Zaffuto, in collaborazione con Giuseppe Miccichè, accentuano la violenza psicologica e visiva di un “oggetto” estraneo all’interno di un armonico centro storico formatosi naturalmente, ispirandosi a concepts di cult e ambienti horror degli anni ’60.

L’organizzazione tecnica è di Salvo Sciortino.